Gianni Mura: «Lo sport di oggi si è perso nei numeri»
di Redazione | 10 Febbraio 2026Gianni Mura è stato uno dei grandi maestri del giornalismo sportivo italiano. Firma storica di Repubblica e voce inconfondibile del Tour de France, ha saputo raccontare lo sport come pochi altri. Scomparso nel marzo 2020, ha lasciato in eredità non solo libri, articoli e narrazioni che hanno segnato la cultura sportiva italiana, ma anche uno stile unico, capace di intrecciare le grandi imprese con il lato più intimo e umano degli uomini e delle donne dietro la figura dell’atleta. Il giornalista milanese era stato ospite di Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon a Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, dove aveva raccontato alcuni dei temi centrali della sua carriera, dalle storie sportive più iconiche ai cambiamenti del giornalismo sportivo negli ultimi anni.
Ha raccontato decine di storie di sport. Ce n’è una che le è rimasta più impressa delle altre?
Quando penso a una storia sportiva in particolare, mi viene subito in mente quell’iconica foto del podio dei 200 metri alle Olimpiadi di Città del Messico del ’68. È una delle immagini più potenti nella storia dello sport. I pugni chiusi sono quelli di Tommy Smith e John Carlos. Accanto a loro, immobile, Peter Norman. Era un anno terribile: l’uccisione di Robert Kennedy e di Martin Luther King, i carri armati a Praga, la strage di Tlatelolco, dove rimase ferita anche Oriana Fallaci. Gli atleti neri americani avevano aderito a un movimento contro il razzismo. Prima pensarono al boicottaggio, poi ognuno scelse come protestare. Smith e Carlos salirono scalzi, per la povertà, e col pugno chiuso, per la ribellione. Portavano anche collanine di pietre nere: una per ogni nero linciato. Un gesto politico mai visto, nemmeno con Jesse Owens. La foto fece il giro del mondo. Smith e Carlos furono espulsi dal villaggio olimpico, privati delle medaglie. E, di fatto, gli fu rovinata la vita.
E Norman? Qual era la sua storia?
Peter Norman era di Sydney. Ai 200 metri arrivò secondo a sorpresa. Negli spogliatoi prima della premiazione vide John Carlos e gli chiese che distintivo fosse quello che stavano indossando. Era quello del movimento per la protesta. Disse: datene uno anche a me. Salì sul podio così. Al ritorno in Australia lo squalificarono. Fu l’ultima gara per tutti e tre: ragazzi tra i 20 e i 25 anni, i più veloci del mondo, che non corsero mai più. Norman pagò caro. Con quel tempo avrebbe potuto vincere anche i 100 metri, ma non fu mai più convocato, nemmeno alle Olimpiadi nella sua città. Fece il macellaio come il padre, poi il sindacalista. Quando morì, Tommy Smith e Carlos attraversarono l’oceano per il funerale e portarono la bara. Dicevano che li aveva colpiti vedere un bianco fare la loro stessa protesta, negli anni delle Pantere Nere.
Quanto è importante la solidarietà nello sport?
Moltissimo, è un valore fondamentale. Però come mostra l’episodio di Smith, Carlos e Norman, spesso la si paga molto cara. Basti pensare al caso della ginnasta cecoslovacca Věra Čáslavská che, sempre durante le Olimpiadi di Città del Messico, mentre veniva premiata ex aequo con un’atleta sovietica, abbassò lo sguardo durante l’alzabandiera. Un gesto tutt’altro che clamoroso, però al suo rientro a Praga le venne ritirato il passaporto e le fu impedito di gareggiare per nove anni.
Nella sua carriera si è occupato a lungo di ciclismo. Che cosa rende un ciclista davvero memorabile?
Il modo di correre. Penso a Bardet che si strappa l’auricolare e vince attaccando da solo in discesa: è questo che resta. La gente ama chi trascina, come Moser o Pantani. Marco in carriera ha vinto quaranta corse, meno di quante altri ne vincevano in un anno solo. Ma se è ancora nel cuore di tutti è per come vinceva, non per i numeri.
Qual è il problema principale del giornalismo sportivo di oggi?
Ci siamo persi nei numeri. Ci raccontano la velocità di una punizione o i chilometri percorsi in campo: dati utili agli allenatori, non al racconto. Se hai il 66% di possesso palla ma io ti faccio tre gol, quel numero non significa nulla. Oggi i numeri vengono prima di tutto e, se non vinci, non conta niente: il secondo è solo il primo degli sconfitti. Arrivare quarti a un Mondiale, poi, viene trattato da certi grandi giornali con trafiletti che sembrano quasi delle scuse. Eppure essere quarti al mondo vuol dire che sulla Terra ci sono solo tre squadre migliori di te. Non è un fallimento, è un’impresa che abbiamo smesso di saper apprezzare.
Questo porta a dei cambiamenti nel modo in cui i giovani approcciano lo sport?
Purtroppo si. Il risultato viene prima di tutto e così ci ritroviamo con bambini di tredici anni che hanno già un procuratore. Ma, alla fine, la responsabilità è anche nostra come genitori che spesso scarichiamo sui figli quello che avremmo voluto essere e non siamo riusciti a diventare.
Cosa cambierebbe nel modo in cui si racconta lo sport?
Forse il peso che diamo agli argomenti e le tempistiche con cui li affrontiamo. Io, da giornalista sportivo, ho spesso dei sensi di colpa nei confronti dei ginnasti: atleti che ricevono pagine e pagine, decine di articoli nei tre giorni in cui vincono una medaglia, per poi sparire completamente per quattro anni. Secondo me non è giusto. In Italia, poi, la ginnastica, come molti altri sport, è totalmente fagocitata dal calcio. Questo crea una paura enorme dell’errore, perché se arrivi anche solo secondo non ti ricorda più nessuno. La conseguenza è un aumento della tensione e, paradossalmente, diventa ancora più facile sbagliare.


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