Pantheon 109 e la non Europa della solidarietà
di Redazione | 5 Aprile 2020A seguito dei decreti ministeriali emessi per contrastare l’emergenza coronavirus, il giornale di carta, questo mese, non è uscito. Dopo quasi dodici anni da quel maggio 2008 in cui l’edizione numero uno di Pantheon fece il suo debutto sul territorio scaligero, anche noi abbiamo dovuto alzare le braccia davanti al nemico invisibile. Ma non del tutto però.
Avremmo potuto saltare una mensilità, e invece no, non lo abbiamo fatto. La Redazione, compresi i collaboratori esterni, ha lavorato sul mensile di aprile, oltre che sul resto, con grande determinazione e impegno, per due motivi precisi: il primo, per dimostrare che nonostante le tante e serie difficoltà (e questa cosa del Covid-19 lo è), la vita continua e sta a noi affrontarla nel miglior modo che possiamo, a testa alta. Il secondo, per dire grazie. Non ci stancheremo mai di ringraziare quanti in questo periodo nero per il nostro Paese, e non solo, si stanno prodigando – chi per lavoro, chi per una scelta volontaria – per gli altri. Per noi. Mettendo in gioco la loro stessa incolumità.
E l’elenco è lungo: dai medici agli infermieri, dai farmacisti ai soccorritori, dai volontari delle associazioni alle forze dell’ordine passando dalla protezione civile. Ed è giusto ricordare anche i giornalisti che lavorano sul campo. Un cuore tutto italiano, multiforme, variegato, che pulsa però all’unisono e che fa sentire il suo battito generoso al di fuori dei confini nazionali, sul palcoscenico globale, dove non sempre veniamo rispettati come dovremmo e dove, invece, stiamo dando ancora una volta una grande lezione di civiltà.
La storia del mondo non è altro che la biografia di grandi uomini.
(Thomas Carlyle)
Una gratitudine immensa dicevo, che vogliamo esprimere attraverso le pagine del giornale perché è proprio in queste occasioni, drammatiche, in cui è più facile pensare a se stessi, rifugiarsi, battere in ritirata, proteggere solo i nostri affetti, che viene fuori l’insegnamento commovente e straordinario di queste persone e, lasciatemelo ripetere, di gran parte del popolo italiano.
Medici che hanno già pagato con la vita, infermieri che si ammalano, guariscono e tornano in corsia. Volontari che non guadagnano nulla se non la consapevolezza di aver dato un piccolo grande contributo alla società in cui vivono e che non sempre gli è riconoscente.
Una riconoscenza simbolicamente straordinaria manifestata, invece, dal primo ministro albanese, Edi Rama, che a fine marzo ha inviato in Italia 30 suoi medici e infermieri: «…non siamo ricchi ma neanche privi di memoria, non ci possiamo permettere di non dimostrare all’Italia che gli albanesi e l’Albania non abbandonano mai l’amico in difficoltà. Questa è una guerra in cui nessuno può vincere da solo. E voi coraggiosi membri di questa Missione per la Vita state partendo per una guerra che è anche la nostra» ha chiosato rivolgendosi allo staff medico in partenza per Fiumicino.
Rama, memore della nave Vlora che l’8 agosto del 1991 venne accolta tracimante di 20 mila albanesi al porto di Bari e sicuramente anche dell’operazione Pellicano, in cui l’Italia inviò proprio in quell’anno e fino al 5 dicembre 1993 oltre 5mila uomini, militari e personale sanitario, per ricostruire il Paese allo sbando dopo il crollo del muro di Berlino, ha compiuto un gesto a cui Stati membri dell’Unione Europea (e l’Albania non lo è), ben più abbienti, nemmeno hanno pensato. C’è chi, addirittura, ha girato le spalle.
Grazie a coloro che ho elencato prima e grazie, quindi, al popolo albanese. L’Italia è una grande nazione e l’Europa, quella del dio denaro, dovrebbe prendere esempio dalla non Europa del cuore e della solidarietà.


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