Nereo Rocco

Malatrasi e Biasiolo: «Rocco era davvero un personaggio fuori dalle regole»

di Redazione | 19 Marzo 2026

Nereo Rocco, il Paròn, è stato molto più di un allenatore difensivista. È stato un costruttore di uomini, capace di tenere insieme personalità forti e di farne una squadra. Con il Milan ha vinto due Coppe dei Campioni, due scudetti e una Coppa Intercontinentale, lasciando un segno che va ben oltre i trofei. A ricordarlo a Palla Lunga e Raccontare, su Radio Adige TV, con Raffaele Tomelleri, sono stati due protagonisti di quel Milan: Saul Malatrasi, difensore nato a Calto nel 1938, passato da Fiorentina, Roma e Inter prima di approdare in rossonero, e Giorgio Biasiolo, centrocampista veneto di Montecchio Maggiore, cresciuto tra Vicenza e Milan. Ne è venuto fuori un ritratto affettuoso e vivido, fatto di aneddoti, risate e qualche verità sul calcio di ieri e di oggi.

Che ricordo avete di Rocco come allenatore?

Saul Malatrasi: Più che un allenatore tecnico, Rocco era un grande selezionatore di uomini: sceglieva il gruppo giusto e riusciva a ottenere da ciascuno il massimo. Questa era la sua qualità principale. Una volta formato il gruppo, non lo tradiva mai..

Giorgio Biasiolo.: Dal punto di vista tattico non eravamo affatto sprovveduti e il suo Milan era organizzato molto bene. Non era il difensivista che si diceva; la vera forza era la sua personalità, che dava al gruppo una sensazione speciale.

Saul, perché Rocco ha deciso di puntare su di te al Milan?

S.M.: Non l’ho mai raccontato, nemmeno ai miei figli. Una sera a Lodi, Rocco mi convocò di nascosto e mi disse che mi voleva, ma non si fidava di Baveni. Io gli chiesi perché puntasse su di me e lui rispose: “A Lodi mi hanno detto: prendi Malatrasi, vai sul sicuro”. Così sono arrivato al Milan.

Rocco teneva molto alla disciplina. C’è un episodio che lo racconta bene?

S.M.: Una volta un giocatore arrivò a Milanello con un’auto vistosa. Rocco lo guardò e gli disse: “Dove vai con quella macchina?”. Il ragazzo rispose che, con i suoi soldi, poteva fare ciò che voleva. Rocco allora lo rimandò a casa. Voleva mantenere un ambiente sereno e ordinato, senza atteggiamenti che potessero destabilizzare il gruppo.

Ricordate qualche aneddoto su Rocco in particolare?

S.M.: Rocco aveva un giornalista che parlava male di lui. Un giorno d’estate, vedendolo arrivare a Milanello tutto elegante, disse a me e Giorgio di rovesciargli addosso una tanica d’acqua. Così facemmo. Il giornalista andò su tutte le furie, mentre Rocco, facendo finta di nulla, lo consolava dicendo che ci avrebbe puniti. Poi, tornato nello spogliatoio, ci guardò e disse: “Missione compiuta”. Aveva il gruppo completamente dalla sua parte.

Come si presentò alla finale di Madrid contro l’Ajax?

S.M.: Arrivammo al Bernabeu in un silenzio totale. A un certo punto, mentre ci alzavamo, lui si girò e disse: “Se avete paura, ditelo pure: vi lascio qui e vado da solo”. Noi scendemmo tutti, e lui rimase da solo sul pullman. Era davvero un personaggio fuori dalle regole.

Secondo voi, potrebbe allenare anche nel calcio di oggi?

S.M.: Il mister direbbe: “Siamo sempre undici contro undici”. E avrebbe ragione: una volta si parlava di catenaccio, oggi di squadra compatta dietro la linea della palla, ma il principio è lo stesso. Si sarebbe adattato ai tempi, scegliendo giocatori adatti alle sue idee. L’unico problema? I telefonini nello spogliatoio: quelli non li avrebbe tollerati.

G.B.: Certi valori hanno ancora un peso inestimabile. Ci sono anche oggi degli allenatori che valorizzano l’aspetto umano come ha fatto lui. E dal punto di vista tattico si sarebbe aggiornato, mantenendo però quello che era nelle sue corde come uomo.