museo del toro - gian paolo ormezzano

Gian Paolo Ormezzano: «Lo sport mi ha dato solo cose meravigliose»

di Redazione | 14 Febbraio 2026

Gian Paolo Ormezzano è stato uno dei grandi maestri del giornalismo sportivo italiano. Torinese, firma storica di Tuttosport, di cui è stato anche direttore dal 1974 al 1979, e poi de La Stampa come inviato speciale, ha raccontato ventiquattro edizioni dei Giochi Olimpici, cinque Mondiali di calcio e generazioni di campioni, con uno stile brillante, ironico e inconfondibile che ha lasciato un segno indelebile nel racconto sportivo italiano. Scomparso a Torino nel 2024 a ottantanove anni, aveva continuato a scrivere e collaborare fino agli ultimi mesi. Ospite di Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon a Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, Ormezzano aveva ripercorso la sua carriera attraverso ricordi, aneddoti e riflessioni.

Lei è una vera icona per il tifo granata, eppure è un grande amico di una bandiera bianconera come Boniperti. Come nasce questo legame?

Sembra strano, un granata con una bandiera della Juve, ma Giampiero è stato il mio più grande amico, prima nella vita e poi nel lavoro. La nostra amicizia superava il tifo. Ricordo una sera a Zurigo, quando giocava la Juventus e lo stadio era pieno di italiani. Sua moglie mi disse: «Guardi, non ce n’è uno contro la Juve stasera». Risposi: «Si sbaglia, ne ha uno alla sua destra». Tifare Juve per me era impossibile. Però la nostra amicizia si basava anche su questo, ognuno con il proprio tifo ma un grande rispetto reciproco. Pensi che chiamò suo figlio Gian paolo sperando diventasse un giornalista sportivo.

Qual’era il suo rapporto con il grande Toro? 

Il Grande Torino per me era un patto con mio padre:  zero assenze a scuola in cambio di ogni partita al Comunale. Poi per una sorta di nemesi, il giorno della tragedia ero a letto con l’influenza. Di quella squadra magica ricordo un pomeriggio al cinema, in un sotterraneo del centro. Accanto a me, da solo e senza scorta, c’era Valentino Mazzola, il Capitano. Passai tutto il tempo a fissare lui, ignorando il film con James Stewart. A un certo punto il Capitano, il mio Dio, mi guardò: «Ragazzo, se guardi lo schermo invece di me, ti diverti di più». Volevo morire: mi alzai e scappai via. Oggi è fantascienza immaginare un campione al cinema tra la gente. Quel Toro lo sentivano tutti: me ne hanno parlato con rispetto persino grandi della Juve come Platini e Boniperti. Vorrei saper scrivere davvero bene per raccontarlo come merita.

Si emoziona ancora a guardare lo sport?

Sì, fin troppo. Magari non col Toro, che di occasioni me ne dà poche, ma amo il gesto sportivo, analizzarlo a fondo.  Lo sport mi ha dato cose meravigliose. Mi ha permesso di girare il mondo a sbaffo mi ha anche fatto trovare dei soldi quando tornavo a casa, la pensione, tutte queste cose belle.

Quante Olimpiadi ha visto da giornalista?

Ventiquattro. Temo sia un record mondiale, ma mi spaventa: sa di “reducismo”. Non voglio essere come quei vecchietti dei film western che dicono «ai miei tempi» mentre dietro tutti li prendono in giro. Il futuro è sempre meglio, sempre. Se non capisco la tecnologia, il limite è mio, non del progresso. Lo dico sempre ai miei figli e ai miei nipoti: il reduce è zavorrato di dogmi e dalla falsa certezza di aver vissuto l’epoca migliore. A me scoccia morire perché so che arriveranno cose bellissime. Voi ve le godrete, io ne ho per poco.

Quale è stata l’emozione più grande delle sue Olimpiadi?

Dire Roma 1960 è quasi troppo facile, soprattutto per l’amicizia fraterna che mi lega a Livio Berruti, che ha vinto i 200 metri in quella Olimpiade. Eravamo compagni di banco al Liceo Cavour e glielo dico sempre, scherzando: “Livio, in fondo ti ho dato molto più io di quanto tu abbia dato a me. Tu hai vinto solo un’Olimpiade, io ben dodici titoli piemontesi di nuoto”. Al di là degli affetti, la mia Olimpiade estiva preferita resta Barcellona perché si avvertiva che la città cambiava con le Olimpiadi. Per le Invernali scelgo Lillehammer ’94 per la sua atmosfera magica. Non dimenticherò mai i trentadue gradi sotto zero e quel silenzio surreale che avvolse il pubblico norvegese quando l’Italia strappò l’oro nella staffetta per pochi centimetri.

Cosa è cambiato nel giornalismo di oggi?

Sono cambiato molte cose. Io ho vissuto un giornalismo diverso, un’epoca in cui noi cronisti bazzicavamo costantemente i campioni. C’era un rapporto umano, diretto. Io, ad esempio, ho avuto la fortuna di stringere una profonda amicizia con Bartali.