Luigi Maifredi: «Io il calcio l’ho cambiato davvero»
di Redazione | 12 Febbraio 2026Luigi Maifredi è stato uno di quegli allenatori capaci di cambiare davvero il volto del calcio. È stato il simbolo di una rivoluzione tattica che ha scosso l’Italia calcistica, ancora ancorata alla marcatura a uomo e a un gioco difensivo e arcigno, introducendo la modernità della difesa a zona e l’idea di un calcio offensivo e spumeggiante. Bresciano di Lograto, classe 1947, ha costruito il suo percorso lontano dai riflettori, allenando prima nei dilettanti e poi in Promozione con l’Orceana e il Lumezzane. La consacrazione, però, arriva a Bologna: tra il 1988 e il 1990 guida i rossoblù dalla Serie B alla qualificazione in Coppa UEFA, un’impresa che gli vale la chiamata della Juventus. Quella sulla panchina bianconera diventerà la sfida più ambiziosa, affascinante e discussa della sua intera carriera. Ospite di Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon nel programma Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, Maifredi ha ripercorso la sua carriera, dal rapporto con l’Avvocato Gianni Agnelli al talento puro di Roberto Baggio, fino a una riflessione sui valori umani e professionali che hanno segnato il suo percorso.
Nel 1990 arriva alla Juventus dopo le grandi stagioni a Bologna. Che ricordo ha di quell’esperienza?
Doveva essere il grande salto. Invece è andata male. Giocavamo anche un buon calcio, ma i risultati non sono arrivati. Qualcuno dice che sono arrivato troppo presto. Non è così. Nel 1988 avevo rifiutato la Juventus perché non mi sentivo pronto. Nel ’90 sì, lo ero. Il problema non è stato il tempo, ma il contesto. In una grande squadra ci sono dinamiche diverse che devi conoscere: pressione, giornalisti, dirigenti, equilibri interni. Io ho sempre pensato che, in una società, chi conta davvero è l’allenatore, quello che guida la squadra ogni giorno e la domenica va in panchina. In certi ambienti, invece, l’allenatore sembra quasi un passeggero.
Qual era stato il problema del suo calcio in quell’ambiente?
Mi dissero che sarebbe stato un anno di transizione. Arrivavo in una società abituata alla marcatura a uomo, con Giovanni Trapattoni come riferimento e per volontà dell’Avvocato Gianni Agnelli dovevo avvicinarmi al gioco del AC Milan di Arrigo Sacchi, un calcio più vicino alle mie idee. L’Avvocato mi disse: «Vogliamo il suo calcio, da protagonisti. Quanto tempo le serve?». Risposi: «Datemi il primo anno». Fino alla ventesima giornata eravamo primi o secondi, a un punto. Poi sono venuti fuori i limiti di tradizione e di ossatura: non passi da un metodo prudente e cinico a un calcio così spregiudicato dall’oggi al domani, soprattutto con una rosa di appena sedici giocatori. Chiudemmo settimi. E l’anno dopo richiamarono Trapattoni in panchina.
In quella stagione ha allenato Roberto Baggio. È stato difficile allenare un campione come lui?
Difficile? Quell’anno fece quasi 30 gol, direi di no. Parliamo di uno che perfino Diego Armando Maradona diceva di avere come poster in casa. Semmai era difficile inserirlo dentro un sistema. A volte lo schema uccide il giocatore. Gli dissi una cosa in particolare: il grande giocatore non è quello che gioca per sé, ma quello che prende la squadra e la governa. Era comunque un anno complicato per lui: non voleva lasciare Firenze per la Juventus. Dopo sei anni alla Fiorentina, in un ambiente dove ti insegnano davvero a odiare i bianconeri, non era un passaggio semplice. Ma Baggio era fondamentale. Basta con la favola che i giocatori siano tutti uguali: non è vero. Ci sono quelli che fanno la differenza. E senza di lui era un’altra squadra, con tutto il rispetto per gli altri.
È vero che l’Avvocato Gianni Agnelli, presidente della Juventus, la chiamava alle sei del mattino?
Sì, è vero. Non era una cosa organizzata: si svegliava presto e decideva chi chiamare, a seconda delle simpatie. Un giorno Di Carlo, un altro Tardelli, un altro ancora me. La prima volta mi telefonò alle 6.20, poi alle 6.30. Allora gli dissi: «Ho due figli che vanno a scuola e si alzano alle 7.30. Da domani mi chiami dopo quell’ora». Per fortuna iniziò a chiamarmi più tardi.
Come descrive il suo rapporto con i giocatori?
Non ho mai fatto il padre o il nonno. Il mio compito era insegnare calcio e guidare la squadra. Non controllavo cosa facevano in camera. Ma in campo volevo il massimo. Se un giorno non avevi voglia, potevi dirlo: non pretendevo fossi sempre felice e carico. Però quando ti mettevi le scarpe dovevi andare a mille, lasciando fuori tutto il resto. Per me l’allenamento era tutto.
Guardando indietro, ha rimpianti?
No. Volevo diventare il migliore e, per un momento negli anni ’90, lo sono stato. Il mio limite era che quando arrivavo in cima, mi sentivo già soddisfatto. E forse questo mi ha impedito di essere un grande allenatore. Ero avanti, sì. In Italia il gioco l’ho cambiato davvero, come pochi: penso a Zeman o Galeone. Ma per diventare un grande allenatore devi unire tante cose. Soprattutto una dedizione totale.


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