Tullio Gritti: «Nel calcio serve tutto: talento, carattere e le persone giuste accanto»
di Redazione | 22 Marzo 2026Tullio Gritti, per tutti semplicemente «Gritti», è uno di quei personaggi che il calcio italiano conosce bene anche se non lo ha mai visto troppo spesso sotto i riflettori. Prima centravanti d’area capace di segnare 63 reti in quattro stagioni con il Brescia e di misurarsi con la Serie A con Torino e Verona, poi allenatore in seconda diventato il braccio destro inseparabile di Gian Piero Gasperini: da Genoa a Bergamo, fino a Roma. Con l’Atalanta ha vinto la UEFA Europa League 2023-2024, battendo 3-0 il Bayer Leverkusen in finale. Ospite di Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon a Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, il milanese classe 1958 ha parlato di campo, di spogliatoi, di giovani e del mestiere di stare un passo dietro a un allenatore come Gasperini.
È stato difficile concludere la tua carriera da calciatore?
Ho smesso a quasi 35 anni, per scelta mia. Avrei potuto continuare ancora un po’, magari scendendo di categoria, ma non avrebbe avuto senso: iniziavo ad avere problemi al ginocchio. Decidere da soli aiuta, perché sai già cosa lasci. Sono stato anche fortunato: sono rientrato subito in questo mondo, facendo poi più anni da allenatore che da giocatore, grazie a chi mi ha dato fiducia.
Cosa vedi di diverso rispetto al calcio di un tempo?
Non è tanto che si sia perso qualcosa rispetto ai nostri tempi: è che è cambiata la vita. Una volta uscivi dagli spogliatoi e passavi in mezzo alla gente; oggi ci sono parcheggi privati, centri sportivi blindati e per intervistare un giocatore bisogna accordarsi giorni prima. Ma è tutto il contesto ad essere diverso: noi andavamo a scuola a piedi da soli, giocavamo in strada, passavano poche macchine. Nel calcio questo cambiamento è ancora più evidente, anche perché la nostra cultura fatica a riconoscere gli errori: difficilmente senti un allenatore italiano dire, dopo una vittoria, che non si meritava..
Che tipo di società è l’Atalanta?
L’Atalanta è una società di persone serie, con un grande centro sportivo e un’idea chiara anche sull’educazione. I ragazzi salutano, aiutano e si comportano nel modo giusto, dalla Primavera alla prima squadra. C’è poi la “casa del giovane”: ragazzi da fuori seguiti da tutor e obbligati ad andare a scuola. Se non vai bene, non giochi, anche se sei fortissimo. Sono cose che tutti potrebbero fare, se lo volessero.
Che mentalità bisogna avere per essere degli sportivi di successo?
Serve tutto. Solo carattere e passione, senza qualità, difficilmente bastano; ma anche il talento, da solo, non porta lontano. E ai genitori direi di stare a casa quando i ragazzi giocano.
Nel tuo percorso da vice-allenatore hai affiancato Gasperini: che tipo è?
Bisogna conoscerlo. Io lo conosco da undici, dodici anni e so quando intervenire e quando, invece, aspettare che gli passi il momento: è il suo carattere, e spesso è proprio questo che ci ha portati lontano. Ha bisogno di caricarsi, a volte anche di trovare un “nemico”.Noi che stiamo dietro abbiamo una prospettiva diversa: non siamo esposti come lui e possiamo cogliere dettagli – un gesto, un movimento – che in quel momento gli sfuggono perché concentrato su altro. Se lavori da anni con le stesse persone, questo diventa un vero vantaggio.


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