Veronesi tuti mati (sì, ma perchè?)
di Redazione | 22 Settembre 2017È leggenda. Non vi sono altri modi nel definire quel “veronesi tutti matti” che da generazioni viene tramandato in riva all’Adige.
di Marco Zanoni
Una filastrocca che ha radici nebulose e lontane per le quali trovare delle fonti certe è missione (quasi) impossibile, ma ringrazio Mauro, lettore di Pantheon, per avermi lanciato questa sfida!
Una prima facile risposta la si trova nel territorio: sarebbe infatti l’aria frizzantina del Baldo a rendere così giocoso il carattere dei veronesi. Proprio della bontà dei prodotti della nostra terra parla Cassiodoro nel 568 d.C. quando consiglia a Teodorico il consumo del vino acinatico (il recioto) per quel suo “liquido carnoso, una bevanda da mangiare” in grado di corroborare lo spirito. Consiglio seguito anche da Alboino che in più accolse alla sua corte Bertoldo (ricordate il film di Monicelli?), un contadino robusto e grezzo che rispondeva in rima burlandosi del prossimo in sella al suo somaro. Bertoldo un veronese tutto matto? A San Giovanni in Persiceto non sono d’accordo visto che nel paese emiliano è una delle principali maschere carnevalesche.
Il legame quindi con il Bacanal del Gnoco (fondato nel 1531) viene da sé. È qui che i veronesi danno esempio della loro goliardia, aiutati dal vino (anche il popolo ne fa uso abbondante) e dalla parata del Venerdì Gnocolar, in cui vennero coniati termini come brusaquinti e cìncio che indicavano le persone in pesante stato di ebbrezza e che agli occhi dei forestieri dovevano sembrare dei veri pàmpani.
C’è chi sostiene che siano le innumerevoli chiese di Verona ad invogliare i suoi abitanti a combinarne di ogni per poi ottenere l’assoluzione dopo il pagamento di una lauta mancia o una confessione oppure una preghiera. Prova ne è l’altare dedicato alla Madonna in Sottoriva dove “Sua Eminenza il Cardinale di Canossa concede cento giorni d’indulgenza a chi davanti a questa immagine dice l’Ave Maria”.
Episodi da raccontare ce ne sarebbero a bizzeffe. Del pesce d’aprile del 1892 per esempio, quando dai giornali cittadini partì l’accorato appello di presentarsi in piazza muniti di gatti domestici, utili nel debellare i topi africani che dissipavano le scorte dei militari sulle navi nella baia di Massaua, in Abissinia. All’appuntamento si presentarono molti veronesi che furono costretti dopo ore di inutile attesa a liberare i propri felini incalzati dagli sberleffi di chi aveva architettato quella burla.
Sono però le parole di Goethe (nel suo viaggio in Italia, nel 1786) che rendono al meglio quel “tutti matti”. Il poeta tedesco lo cita tra le righe mentre descrive quella Piazza Erbe che è da sempre centro della vita veronese “…Nei giorni di mercato, la folla sulla piazza è grandissima, e l’occhio può rallegrare alla vista di vere montagne di frutta, di legumi, di aglio, di cipolle. Tutti gridano, cantano, scherzano per tutta la giornata; si spingono, si urtano, fanno strepito e ridono continuamente…”.
In tutta la ricerca, difficile trovare una definizione tanto bella.


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