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Mauro Gibellini: «La promozione con il Verona? Non dimenticherò mai quel rigore»

di Redazione | 31 Gennaio 2026

Mauro Gibellini, per tutti “Gibo”, è stato uno dei centravanti più affidabili della Serie B tra gli anni Settanta e Ottanta. Nato a Fossalta di Portogruaro nel 1953, fu tra i protagonisti della storica promozione in Serie A del Verona di Bagnoli nella stagione 1981-82. Conclusa la carriera da calciatore, ha intrapreso quella da dirigente, legando il suo percorso a club come SPAL, Verona, Como e Südtirol. Ospite di Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon a Palla Lunga e Raccontare, su Radio Adige TV, Gibellini ha ripercorso alcuni momenti decisivi della sua carriera, dal rigore che ancora oggi considera indimenticabile fino all’episodio che lo convinse a smettere, riflettendo anche sulle differenze tra il calcio di ieri e quello di oggi.

Qual è il suo legame con Verona?

È un legame profondo. Qui ho vissuto stagioni bellissime, sia da calciatore che da dirigente. Ancora oggi, quando torno, capita che qualcuno mi fermi per salutarmi. La cosa che mi emoziona di più non sono i complimenti per la carriera, ma sentirmi dire: “Grazie per quello che hai dato a noi e alla città”. Per me vale più di qualsiasi successo sportivo.

Qual è il ricordo più forte della sua carriera?

Senza dubbio il rigore contro la Lazio nel 1982, una partita fondamentale per la promozione in serie A del Verona. Dopo il fischio del fallo successe di tutto: proteste feroci, un’espulsione, minuti di caos. Per non perdere la concentrazione, presi il pallone e mi isolai a centrocampo. Quando l’arbitro Lobello mi chiamò, percorsi quei cinquanta metri verso il dischetto palleggiando la palla con la mano, avvolto in un silenzio di tomba. Tutto il Bentegodi era muto, sospeso. Quel silenzio mi è rimasto dentro e me lo porterò dietro fino all’ultimo giorno. Quel rigore alla fine lo segnai, 2-2, e, poco dopo, feci anche il gol decisivo del 3-2. 

Che ruolo ha avuto Bagnoli nella sua carriera?

Bagnoli era un genio, da lui ho imparato molto. Dietro la sua semplicità c’erano intuizioni spettacolari. Era molto avanti, ma con lui si faticava duramente. Penso che la chiave dei suoi successi fosse proprio il lavoro meticoloso durante gli allenamenti.

Hai avuto altre figure così importanti?

Sì, certamente. Alla SPAL ho incontrato Caciagli, un tecnico straordinario, fondamentale soprattutto per la mia crescita umana. Poi c’è stato Costenaro, ex nazionale, che seguiva il metodo ungherese: passavamo ore e ore a palleggiare, un lavoro duro e impegnativo, ma quella tecnica mi ha accompagnato per tutta la carriera. Erano figure quasi paterne, capaci di regalarti consigli piccoli ma preziosi. Giorno dopo giorno, quegli insegnamenti hanno costruito la mia professionalità e il mio approccio alla vita. Il valore di certi maestri è davvero tutto.

Quando ha capito che era arrivato il momento di smettere?

È successo a Padova, l’anno dell’ultimo campionato vinto. Ormai non stavo più in piedi, avevo dolori ovunque. Lo capii definitivamente in Coppa Italia contro il Piacenza: mi arrivarono un paio di palloni che fino a tre mesi prima avrei trasformato in gol, ma non ci arrivai. In quel momento mi dissi: “Gibo, basta, è finita”. Avevo ancora un anno di contratto, così andai dal presidente: gli dissi con onestà che non volevo rubare i soldi e gli proposi di spalmare l’ingaggio per iniziare da dirigente. Lui accettò e, da quel giorno, non ho mai più toccato un pallone.

Che ruolo ha avuto la famiglia nel suo percorso?

La famiglia è stata fondamentale per me. Credo sia il pilastro del cammino di ogni grande atleta: tutto nasce dalle basi solide che i genitori riescono a costruire. Non esiste un campione che, dopo una vittoria, non dedichi il successo alla propria famiglia. Lo dicono tutti: “Mi hanno sostenuto, mi hanno portato agli allenamenti, mi hanno lasciato libero”. Se il primo pensiero di ogni atleta va alla famiglia, un motivo c’è. 

Ha sempre sognato di diventare un calciatore?

A essere onesto, sì. È sempre stato il mio sogno, fin da bambino. Ricordo che alle elementari, nel classico tema su cosa avrei fatto da grande, scrissi senza esitazioni: il calciatore dell’Inter.

Qual è la sua opinione sul calcio moderno?

Il calcio di oggi è quasi disumano. C’è un’estrema professionalità che a volte spinge oltre il limite, ricorrendo a scorciatoie come il doping, ormai una piaga di tutto lo sport. Abbiamo dimenticato l’umanità. Dovremmo riscoprire quella sensibilità e quei valori profondi che, purtroppo, oggi sono andati perduti.  

Cosa manca di più nel calcio di oggi?

Bisogna riscoprire il valore della fatica. Oggi si cercano troppe scorciatoie, ma i risultati veri arrivano solo con l’impegno. Penso a Pietro Mennea: un grande lavoratore che ha raggiunto vette mondiali solo con il sudore. Nel calcio moderno, salvo rare eccezioni, gli allenamenti non sono più “allenanti” come una volta. Ai ragazzi va insegnato che il sacrificio serve nello sport come nella vita. Da direttore sportivo ho visto troppi giovani incapaci di affrontare le difficoltà o di chiedere a se stessi quel qualcosa in più per superare un ostacolo.