Roberto Aere: in punta di pennello
di Rosa di Cagno | 30 Gennaio 2026Ci sono colori che urlano, che cercano la scena, che pretendono attenzione. E poi ci sono colori che, pur essendo pieni, vivi, accesi, sanno non invadere, non travolgere: si offrono. Nell’opera di Roberto Aere, pittore veronese classe 1961, i colori non sono mai saturazione emotiva, non sono eccesso o virtuosismo: sono un modo di sentire. La sua pittura sembra nascere da un gesto che conosce la misura dell’anima. Le forme sono semplici, essenziali, quasi infantili nella loro autenticità. Eppure, quella tavolozza – mai sfumata, mai diluita – non produce clamore, ma rivela un’intimità luminosa. È come se il cromatismo, così pieno, arrivasse comunque in punta di piedi, trovando lo spazio, la distanza e il respiro più giusti. Qui la stilizzazione non toglie complessità ma la rivela. La realtà non è imitata, ma ascoltata e poi restituita secondo una sensibilità che conosce la delicatezza delle relazioni, dei gesti lenti, delle presenze quotidiane. Nei suoi quadri non si percepisce un mondo estraneo o artificiale, ma piuttosto una realtà familiare, reinterpretata attraverso la sua personale sensibilità cromatica e formale.
Che ruolo ha la pittura nella tua vita oggi?
La considero una casa. Ho lavorato per molti anni nel sociale, a contatto con persone con fragilità, e la pittura è arrivata proprio in quel contesto come mediazione, come modo per avvicinarsi. Non è mai stata solo un hobby, ma nemmeno una professione. Oggi dipingo regolarmente, espongo, vendo alcune opere, ma lo faccio soprattutto perché mi fa stare bene. È il mio spazio di equilibrio.
Hai sempre saputo usare il colore così liberamente?
No, anzi. All’inizio pensavo di non esserne capace. Disegnavo bene, ma il colore mi metteva timore. Poi ho incontrato Miró: il rosso, il giallo, il verde, le linee nere… quella libertà di non dover rispettare la realtà. Da lì ho iniziato ad usare colori puri, senza diluirli. Ho capito che potevo stravolgere l’immagine e renderla mia. È lì che ho trovato il mio modo.
Le tue opere hanno linee semplici, forme piatte, composizioni essenziali. C’è un motivo preciso?
Non è una scelta teorica. È una cosa che è venuta da sé. Mi piace togliere, non aggiungere. Mi interessa l’essenziale, l’immagine pulita. Quello che vedi è quello che sento: non c’è profondità, non c’è ombra, c’è la presenza delle cose. Forse ricorda certi affreschi medievali o i Fauves, e lo accetto volentieri: l’importante è che sia vero per me.


Le tue opere trasmettono calore e leggerezza. È una ricerca voluta?
Sì, direi di sì. Mentre dipingo cerco un equilibrio. Non voglio creare tensione. Voglio che il quadro sia un posto dove si sta bene. È una cosa molto semplice in fondo. Credo che si senta perché è sincera.
Hai realizzato diverse serie nel tempo: la frutta, gli interni dei bar, le spiagge, le vedute di Verona del passato. Come arrivano i soggetti?
Arrivano da un’osservazione lunga. A volte da una foto, da un dettaglio, da una memoria. Per esempio, per le spiagge, mi porto dietro solo delle matite quando viaggio. Faccio un primo disegno dal vivo, poi a casa diventa un quadro ad olio. Ogni serie nasce, cresce, e quando sento che ha detto quello che doveva dire, si chiude.
C’è un’opera a cui sei particolarmente legato?
Sì, la prima che ho fatto a Procida. È stata la porta. Lì ho capito che la mia strada iniziava. Da allora non ho più smesso. Ho fatto più di seicento quadri, ma quella resta la radice, la scintilla.
Che ruolo ha la pittura nella tua vita oggi?
La considero una casa. Ho lavorato per molti anni nel sociale, a contatto con persone con fragilità, e la pittura è arrivata proprio in quel contesto come mediazione, come modo per avvicinarsi. Non è mai stata solo un hobby, ma nemmeno una professione. Oggi dipingo regolarmente, espongo, vendo alcune opere, ma lo faccio soprattutto perché mi fa stare bene. È il mio spazio di equilibrio.
Hai sempre saputo usare il colore così liberamente?
No, anzi. All’inizio pensavo di non esserne capace. Disegnavo bene, ma il colore mi metteva timore. Poi ho incontrato Miró: il rosso, il giallo, il verde, le linee nere… quella libertà di non dover rispettare la realtà. Da lì ho iniziato ad usare colori puri, senza diluirli. Ho capito che potevo stravolgere l’immagine e renderla mia. È lì che ho trovato il mio modo.
Le tue opere hanno linee semplici, forme piatte, composizioni essenziali. C’è un motivo preciso?
Non è una scelta teorica. È una cosa che è venuta da sé. Mi piace togliere, non aggiungere. Mi interessa l’essenziale, l’immagine pulita. Quello che vedi è quello che sento: non c’è profondità, non c’è ombra, c’è la presenza delle cose. Forse ricorda certi affreschi medievali o i Fauves, e lo accetto volentieri: l’importante è che sia vero per me.
Le tue opere trasmettono calore e leggerezza. È una ricerca voluta?
Sì, direi di sì. Mentre dipingo cerco un equilibrio. Non voglio creare tensione. Voglio che il quadro sia un posto dove si sta bene. È una cosa molto semplice in fondo. Credo che si senta perché è sincera.
Hai realizzato diverse serie nel tempo: la frutta, gli interni dei bar, le spiagge, le vedute di Verona del passato. Come arrivano i soggetti?
Arrivano da un’osservazione lunga. A volte da una foto, da un dettaglio, da una memoria. Per esempio, per le spiagge, mi porto dietro solo delle matite quando viaggio. Faccio un primo disegno dal vivo, poi a casa diventa un quadro ad olio. Ogni serie nasce, cresce, e quando sento che ha detto quello che doveva dire, si chiude.
C’è un’opera a cui sei particolarmente legato?
Sì, la prima che ho fatto a Procida. È stata la porta. Lì ho capito che la mia strada iniziava. Da allora non ho più smesso. Ho fatto più di seicento quadri, ma quella resta la radice, la scintilla.


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