Messinscena
di Redazione | 10 Settembre 2020Passando, da fuori l’occhio cade su una piccola messa in scena urbana sul pavimento della Galleria, ti fermi, entri e cerchi di capire di che teatrino si tratti, a che serve quella scenografia di città in miniatura, potrebbe essere un quartiere di una città qualsiasi, palazzi popolari attorno ad uno slargo; poi alzi lo sguardo e ritrovi la scena nel quadro che fa da specchio al pavimento con un albero senza foglie ed uno senza rami, ed un padre e un figlio che sembra giochino dentro un’aiuola.
Infine scopri che il quadro è colore dipinto su fotografie e il gioco di specchi tra realtà, finzione e messinscena è un filo che tiene uniti tra loro i luoghi scomposti e ricomposti di una città qualsiasi. La nostra.

Sono le storie che Paolo Ventura costruisce con le immagini, paesaggi e personaggi immortalati dalla fotografia e poi rielaborati in un sogno che sposta continuamente i confini, confondendo la realtà. Scene urbane decontestualizzate, di burattini umani che nel fermo immagine dell’assenza di tempo si scopre essere sempre l’autore che indaga su se stesso guardandosi da fuori.
Dentro, proseguendo negli spazi espositivi, la scena cambia, un intreccio tra naturale e artificiale, opere che sanno di effimero e provvisorio, di oggetti umanizzati, con vita propria, che si trovano in luoghi altri e creano atmosfere magiche, fiabesche: mappamondi illuminati in una foreste di neve blu notte, libri tra alberi come spirali di rami.

Sono le apparenti contrapposizioni di Matteo Basilè, apparenti perché nulla come i libri hanno giusto luogo in un bosco, in mezzo agli alberi, origine di una carta che conterrà parole, e poi storie, e i mappamondi con il luogo segnato tutto intorno, o dentro ad un luogo che esso contiene, punti luce nel buio del reale.
Perdersi, e trovarsi a proprio agio, in questo teatro artistico provvisorio che ha messo in scena la Galleria d’arte contemporanea Marco Rossi, è un attimo. Uscire nella realtà uno stordimento.



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