Francesco Moser: «La bicicletta? L’ho sempre vista come la vanga o la roncola»
di Redazione | 27 Gennaio 2026Francesco Moser è uno dei più grandi ciclisti italiani di sempre: 273 vittorie su strada, un Giro d’Italia, tre Parigi-Roubaix consecutive, il titolo mondiale e il record dell’ora che nel 1984 segnò il passaggio dalla tradizione alla tecnologia. Nato a Palù di Giovo nel 1951 in una famiglia di agricoltori e ciclisti, Moser ha costruito la propria carriera sul suo stile senza mezze misure, più votato all’attacco che al calcolo. Soprannominato “Lo Sceriffo” per il modo in cui controllava il gruppo e dettava il ritmo, resta uno dei simboli più autorevoli e riconoscibili del ciclismo italiano. Ospite di Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon a Palla Lunga e Raccontare, su Radio Adige TV, Moser ripercorre le origini, le grandi sfide e il rapporto con un mondo, quello del ciclismo, che nel tempo è cambiato profondamente.
Quanto hanno contato le sue origini nella sua carriera?
Credo che i muscoli me li sia fatti lì, in campagna, in mezzo ai filari. Da noi le salite erano ripide e si portava sempre qualcosa su e giù. Anzi, per i muscoli era più faticoso portare i pesi in discesa che in salita: quando avevi cinquanta o sessanta chili sulle spalle da portare giù, quello faceva davvero la differenza.
Cos’era per lei la bicicletta prima di diventare un professionista?
È sempre stata in casa. La vedevo come un arnese da lavoro, al pari della vanga o della roncola. A correre gare ufficiali ho cominciato piuttosto tardi, a diciott’anni compiuti. In famiglia c’erano già abbastanza Moser in sella a una bici da corsa, non mi sentivo certo predestinato.
Come è finito davvero in sella?
Un po’ per caso. Aldo, mio fratello maggiore, aveva già avviato Enzo e Diego, gli altri fratelli, mentre io, a diciott’anni, non avevo ancora iniziato a correre. Quell’anno Aldo aveva fatto un bel Giro d’Italia; tornato a casa mi disse: «Devi provare a correre anche tu». Così ho cominciato ad allenarmi dopo il Giro, verso metà giugno, e ho disputato la mia prima gara appena un mese dopo.
Com’è andata quella prima gara?
Non ho vinto, sono arrivato coi primi. Però avevo staccato, avevo vinto il Gran Premio della montagna. Dopo un po’ ho cominciato a vincere. E credo che se non fossi andato bene non avrei continuato a correre per tanto tempo. Mi ha cambiato la vita: da quando ho cominciato a correre è stato tutto in crescendo. In due anni ero già nella nazionale del ciclismo, poi sono andato ai mondiali e alle Olimpiadi nel ’72.
Proprio in quelle Olimpiadi ha vissuto da vicino l’attentato dei terroristi palestinesi. Che ricordi hai di quell’episodio?
Noi ciclisti alloggiavamo proprio di fronte all’edificio della squadra israeliana, che fu presa di mira dai Fedayn. Quella notte non ci accorgemmo di nulla: il villaggio era tranquillo e, fino a quel momento, si entrava e si usciva liberamente, anche in bicicletta. Dal giorno dopo, però, cambiò tutto. Al mattino, quando provammo a uscire, non ci lasciarono passare: c’erano guardie ovunque, vestite con tute da atleta simili alle nostre, e sui tetti si vedevano militari dappertutto. Ci tennero rinchiusi per un paio d’ore e, per andare a mangiare, fummo costretti a passare attraverso il villaggio delle donne, che allora era separato da una rete. Per attraversarlo dovemmo persino scavalcare quella recinzione.
Perché la gente le voleva così bene, al di là delle vittorie?
Non lo so. Forse per una questione di simpatia, o per come correvo. Per chi guarda lo sport conta molto vedere qualcuno che si dà da fare, che non aspetta solo l’ultimo metro per uscire allo scoperto. Nei miei anni rappresentavo l’attacco e il coraggio. La differenza tra un campione generoso e uno avaro di sé la percepiscono anche i bambini, figuriamoci gli adulti.
Il Tour de France del ’75 è stato il suo primo e unico Tour. Cosa ricorda di quei giorni?
I ricordi migliori sono legati ai primi dieci giorni, al primo Tour che abbia mai fatto. Presi Merckx, metaforicamente, per le corna fin da subito: la prima tappa era una cronometro, non solo a Bruxelles, ma addirittura nel quartiere in cui abitava lui. La vinsi io, indossai la prima maglia gialla e da lì iniziò una settimana d’inferno. Era impulsivo come me, sembrava un incontro tra due pesi massimi che se le davano senza risparmiarsi.
Com’era il rapporto personale con il suo storico rivale Saronni?
A livello personale, il rapporto era difficile, praticamente inesistente. Prima dei Mondiali si facevano grandi discorsi e accordi: «Allora non mi corri contro, vero?» – «No, no, tranquillo». Ma entrambi sapevamo che, alla prima occasione, l’altro avrebbe colpito alle spalle. Si faceva finta di essere bravi ragazzi, ma si correva sempre con un occhio dietro. Era inevitabile: eravamo fatti così, e soprattutto molto diversi.
Guardando le vostre carriere, che differenze vede tra lei e Saronni?
Diciamo che abbiamo avuto parabole diverse. Lui ha avuto tre o quattro anni in cui andava fortissimo. Diciamo che, nel momento in cui era chiamato a essere maturo come atleta, le cose sono cambiate: io i risultati migliori li ho ottenuti dopo i ventisette anni, mentre lui, a ventisette, si può dire che non abbia più vinto. C’è poi un altro aspetto importante: un ciclista lo misuri davvero all’estero. Io ci sono andato spesso, Saronni molto poco, quasi per niente, se si esclude il weekend delle Ardenne. Non a caso resta la curiosità di capire cosa avrebbe potuto fare in un Tour de France: ci è andato una sola volta e si è ritirato. Io, invece, ero un po’ un corridore per tutte le stagioni: dalla Sanremo, al Giro d’Italia fino al record dell’ora.
Però, a volte, la generosità le è costata cara. Come al Mondiale del ’77?
Sì, qualche errore l’ho fatto, e mi è costato almeno un paio di titoli mondiali. Nel finale eravamo rimasti io, Martens, Conti e Zoetemelk. Io e Conti eravamo compagni di squadra e gli dissi: «Partiamo uno alla volta». Sapevo che in volata non avrei mai potuto batterlo. L’idea era alternarci e coprirci a vicenda. Partì lui, io andai a riprenderlo. Poi ripartii io, Martens mi seguì, ma Conti non venne dietro. Avrebbe dovuto rientrare lui e rilanciare, invece restammo in due, io e Martens davanti. Nell’ultimo tratto ci guardavamo continuamente, anche perché gli altri non erano lontanissimi. Ma io lo sapevo: Martens, in volata, era imbattibile.
Ripensando alla sua carriera, qual è l’emozione più grande?
Sicuramente il Giro d’Italia, perché l’avevo inseguito a lungo: ero arrivato due volte secondo, una terzo, e non riuscivo mai a vincerlo. Anche il record dell’ora è stato fondamentale: è quella prova in pista in cui si pedala da soli per sessanta minuti cercando di coprire più chilometri possibile, e per me ha segnato il passaggio, non solo personale ma di tutto il ciclismo, da una dimensione di pura tradizione a una fortemente legata alla tecnologia. Poi ci sono la Parigi-Roubaix, il Mondiale, le altre corse: ogni vittoria ha avuto il suo peso, nel momento in cui è arrivata.


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