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Giuseppe Savoldi: «All’Atalanta giocavo a basket di nascosto»

di Redazione | 21 Febbraio 2026

Giuseppe Savoldi, bergamasco classe 1947, è stato uno dei centravanti più prolifici del calcio italiano degli anni Settanta. Esploso tra Atalanta e Bologna, con cui vinse due Coppe Italia, nel 1975 passò al Napoli per la cifra record di due miliardi di lire, guadagnandosi il soprannome che lo avrebbe accompagnato per sempre: “Mister Due Miliardi”. In Serie A ha collezionato 405 presenze e 168 reti, distinguendosi per potenza fisica e continuità. Ospite di Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon a Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, ha ripercorso alcuni dei momenti più significativi della sua carriera, dal primo grande allenatore fino alle partitelle a basket giocate di nascosto durante gli anni delle giovanili.

Qual è stato il primo allenatore a lasciarle davvero il segno?

Molto probabilmente Gianni di Marzio al Napoli, tra il ‘77 e il ‘79. Fu il primo a invitarmi a casa sua. Non mi era mai successo e mi colpì molto. Da lì è cambiato il mio modo di vivere il rapporto con gli allenatori: più schietto ma anche più sereno. Anche da capitano, avevo capito che il peso della fascia era anche la responsabilità di costruire un rapporto vero con chi mi allenava. Con Gianni, poi, siamo diventati amici veri.

C’è un aneddoto particolare che ricorda su di lui?

L’episodio che più riassume Gianni è probabilmente Catanzaro-Bologna del ‘76. Io giocavo in rossoblù, mentre lui allenava i calabresi. Era un maestro della guerra psicologica: giocare a Catanzaro, in quegli anni, significava entrare in un inferno programmato. Tutto cominciava la notte prima a Soverato, con i caroselli di motorini sotto l’hotel per non farci dormire. Poi la salita verso lo stadio, col pullman incastrato tra le case e la gente che ti urlava di tutto a un soffio dal finestrino. Ma il suo vero capolavoro fu in campo. Al riscaldamento il terreno era perfetto, asciutto. Rientriamo negli spogliatoi convinti di usare i tacchetti di gomma, i classici “13”. Poi torniamo fuori per il fischio d’inizio e troviamo il prato allagato. Gianni aveva fatto bagnare apposta solo le corsie laterali, proprio dove correva Luciano Chiarugi, uno dei nostri giocatori più forti. Il ragionamento era di una semplicità geniale: se Chiarugi scivola, non crossa. Le studiava tutte: vinceva le partite ancora prima di giocarle.

Prima di Di Marzio al Napoli c’era Pesaola. Com’era?

Pesaola dava del lei a tutti. Con lui non ci si allenava quasi mai davvero: solo partitelle. Lui stava seduto in panchina, sigaretta in mano. Si fumava, sì. Oggi non si può più, e non è un bel messaggio. Ma in campo aveva la testa lucida. E quando c’era da cambiare, Pesaola lo faceva con criterio. Spesso la partita la ribaltava così.

Che cos’è, per lei, un bravo allenatore?

Quello che mette ogni giocatore nelle condizioni di rendere al massimo. Punto. Se lo sposti in un ruolo che non è il suo, semplicemente non funziona. È il segreto di tutto, lo racconto bene anche nel mio libro, il Manuale tascabile per allenatori.

Come sono cambiati gli staff tecnici negli anni?

Oggi è un altro mondo. Si sono evoluti, certo, ma io ci scherzo sopra perché sono diventati enormi. C’è il vice, immancabile. Poi non hai più un preparatore atletico, ne hai quattro: uno per la parte alta, uno per la media, uno per la bassa e uno per la parte organica. C’è il match analyst, c’è quello che sta in tribuna e ti fa vedere i video nell’intervallo. E poi c’è lo psicologo, anche se guai a chiamarlo così perché i giocatori si spaventano: dobbiamo chiamarlo “motivatore”, quello che cura l’autostima. 

Cosa è cambiato nel modo di comunicare? 

Un tempo chiamavi il giocatore, lui rispondeva e si parlava sereni allo stadio. Oggi devi passare dal procuratore, dall’addetto stampa, dal responsabile della comunicazione. Poi ci sono gli allenatori che vogliono le domande in anticipo per le interviste, altrimenti si offendono o si arrabbiano. È tutto molto più complicato, meno diretto.

Com’era la Serie A quando ha esordito?

Era il 1965 e si giocava ancora col pallone di cuoio con la stringa. Se lo colpivi di testa, ti restava il segno sulla fronte per ore. E quando pioveva era un disastro: si inzuppava d’acqua e diventava un sasso pesantissimo. Servivano muscoli d’acciaio solo per sollevarlo da terra. Era un calcio incredibile, un altro mondo.

È vero che ha giocato anche a basket?

Sì, ed ero anche un bravo playmaker. Non ero altissimo, ma il basket è sempre stato una mia grande passione. Pensa che ho giocato fino a 17 anni, ma dovevo farlo di nascosto: all’Atalanta non l’avrebbero mai permesso. Funzionava così: il sabato pomeriggio scendevo in campo con la Primavera del calcio, la domenica mattina scappavo a giocare a basket.