Fulvio Valbusa

Fulvio Valbusa: «Quella volta che Punkkinen mi disse: “gara si fa quando gara finisce”»

di Valentina Ceriani | 3 Febbraio 2026

C’è un prima e un dopo Torino 2006, nella sua vita. Prima, una carriera agonistica che parla da sola: cinque Olimpiadi, un argento e un oro, Mondiali, Coppe del Mondo, gare individuali e in squadra, aerei, trasferte, sonno arretrato, sacrifici e soddisfazioni. Dopo, il ritiro dal mondo dello sport e il ritorno a casa, a Bosco Chiesanuova. È qui che avviene il colpo di fulmine con il lupo, un animale diffidente e solitario ma allo stesso tempo magnetico e metodico. È importante, il metodo, nella carriera di Fulvio Valbusa: non un metodo rigido ma ragionato, perché le gare, come la vita, sono imprevedibili e l’unica cosa che puoi fare è allenarti. Poi quello che succede in pista, lo puoi riguardare solo a gara finita; glielo ha insegnato Jarmo Punkkinen (allenatore della squadra italiana di sci dal 1984 al 1990, NdR): «gara si fa quando gara finisce».

Qual è il primo ricordo olimpico che ti viene in mente?

La mia prima Olimpiade: era il 1992 ad Albertville. Ero giovanissimo, e l’Olimpiade è il sogno di ogni atleta. È stato inaspettato, arrivavo da una Coppa nel mondo e gareggiavo in una disciplina che non avevo neanche mai fatto, una 30 km. La sorpresa e l’emozione sono state grandi.

Quanto cambia l’atmosfera tra un’Olimpiade e l’altra?

L’Olimpiade è sempre un’esperienza particolare: vivi all’interno del villaggio olimpico, incontri atleti forti ma anche atleti di nazioni che magari c’entrano poco con determinate discipline. Ricordo a Nagano una venezuelana non particolarmente capace, ma lo spirito olimpico sta anche qui: è una competizione che accoglie tutti. Ogni volta quindi è una novità.

Arriviamo a Milano Cortina, che riporta le Olimpiadi invernali in Italia dopo vent’anni. Che significato ha per lo sport italiano questo ritorno a casa?

Penso che gareggiare in casa sia il sogno di qualsiasi atleta, quindi immagino l’entusiasmo degli azzurri. Ancora più grande è la soddisfazione di vincere una medaglia davanti al proprio pubblico, come nel nostro caso con l’oro a Torino 2006. Diventa una festa nella festa, vivi l’evento tra i tuoi tifosi e con la tua gente. Mi metto però nei panni degli atleti italiani, che in questo momento hanno i riflettori puntati addosso. È una bella sensazione, ma ti carica anche di responsabilità. Lo sci di fondo si giocherà in Val di Fiemme, una pista che gli azzurri avranno varcato decine di volte: l’emozione dev’essere fortissima, e di conseguenza forse non facile da gestire.

Secondo te è cambiato lo sci di fondo in questi anni?

Sì, come tutti gli sport. Ci sono state delle trasformazioni dal punto di vista tecnico ma anche dal punto di vista dello spettacolo, perché ora lo sport è anche quello. Forse con determinate discipline, come lo sci di fondo, bisognerebbe fare un passo indietro a quella che è la tradizione del vero fondo. Voler spettacolarizzare uno sport con una tale cultura alle spalle rischia di snaturarlo.

Qual è un insegnamento che lo sci di fondo ti ha lasciato e che ti porti dietro ancora oggi?

Lo sport ti fa crescere sotto tutti i punti di vista. Dietro ai risultati, le gioie e le medaglie, c’è un allenatore che ti deve conoscere a fondo, ti deve costruire dal punto di vista fisico e mentale. Al mio fianco ho avuto un allenatore che per me è stato anche un padre, Vito Scandola, di Bosco Chiesanuova. Conosceva la mia testa calda e sapeva che tasti premere per gestire, e quando necessario scomodare, la mia indole irrequieta e forse poco convenzionale. Ho imparato questo: l’atleta è solo il prodotto finale, dietro c’è sempre qualcuno che ti deve guidare, e per farlo deve conoscerti profondamente. Lo sport mi ha insegnato anche la disciplina: nella vita di uno sportivo non esistono festività, non puoi non avere voglia di allenarti. Lo sport professionistico è un lavoro come un altro e non si sgarra.

Se potessi parlare al Fulvio Valbusa della sua prima Olimpiade, cosa gli diresti?

Che nel concreto è una gara come un’altra, ma bisogna essere consapevoli che la posta in gioco è alta. Le Olimpiadi fanno molto clamore mediatico, ma dal punto di vista sportivo sono solo gare. È comunque un’occasione importante: preparati, allenati, fai il tuo dovere. Insomma: se sei convinto di essere pronto, non puoi fallire.

Nel 2021 hai pubblicato un libro, “Randagio”, che ripercorre la tua carriera da atleta ma anche quella da forestale, e soprattutto il tuo incontro con i lupi in Lessinia.

Sì, terminata la mia carriera agonistica sono tornato a Bosco a fare il forestale. Adesso sono in pensione da sei mesi, ma non è cambiato granché. Quando ho incontrato per la prima volta i lupi in Lessinia me ne sono innamorato. Avendo sempre praticato uno sport a contatto con la natura, questa è nel mio DNA, ma con i lupi è stato un vero e proprio colpo di fulmine. Faccio parte di WolfAlps, un progetto europeo per la convivenza di quest’animale con l’uomo, un argomento che oggi suscita ancora molte discussioni e, a mio avviso, tanta disinformazione. Il lupo mi ha risollevato da un momento “no”, avevo appena appeso gli sci al chiodo e l’incontro con questo animale mi ha restituito la motivazione e la voglia di rimettermi in gioco. Guai se ora me la togliessero.

Allora possiamo concludere dicendo che il tuo animale totem è proprio il lupo?

Indubbiamente. Il lupo, persino nelle fiabe, è sempre stato disegnato come cattivo, ma è un animale affascinante, opportunista, furbo, con un’impressionante capacità di adattarsi alle situazioni che si trova davanti. Sono animali che hanno tanto da insegnarci, dobbiamo solo fidarci.