Domenico Volpati: «Oggi i calciatori sono distanti, noi vivevamo in mezzo alla gente»
di Redazione | 22 Gennaio 2026Domenico Volpati è stato un giocatore chiave del Verona campione d’Italia, mediano generoso e affidabile che ha costruito la propria carriera tra Serie C, Serie B e Serie A, passando da Solbiatese, Reggiana, Como, Monza, Torino e Brescia prima di arrivare agli scaligeri. Con il Verona ha disputato oltre 200 presenze tra campionato e coppe fino al 1988, vincendo lo scudetto e diventando simbolo di una squadra che ha saputo restare unita ben oltre il campo. Dopo il calcio si è laureato in Medicina e ha lavorato per circa trent’anni come dentista in Trentino-Alto Adige. Ospite di Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon a Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, ha raccontato il gruppo, Bagnoli, la fatica di vincere e la distanza che oggi separa i calciatori dalla gente.
Che tipo di allenatore era Osvaldo Bagnoli?
Una persona di basso profilo, come tutti sanno. Il suo segreto era la gestione del gruppo: non delegava i problemi allo spogliatoio, ma faceva in modo che nascesse in noi l’esigenza di risolverli tra di noi. In realtà, grazie all’empatia che si era creata, i veri problemi non esistevano. Quando lo vedevamo entrare rabbuiato, sapevamo già cosa volesse dirci e dove voleva parare: avevamo già percepito il problema in campo e lo avevamo risolto ancora prima che lui aprisse bocca. Lo scudetto è stato l’apice, ma il nostro percorso è stato fatto di un “prima” di preparazione e di un “dopo” di grande consapevolezza. Arrivare quarti due anni dopo il titolo fu il vero segno della nostra maturità.
Com’è nato il suo rapporto con Bagnoli?
Avevo già avuto il Mister come allenatore nella Solbiatese nel ’72 e poi al Como nel ’78 in Serie B. Quando mi ha chiesto di venire a Verona, inizialmente gli ho detto di no. Avevo trent’anni e, dopo le esperienze di Brescia e Torino, pensavo fosse finita; volevo solo finire di laurearmi. Quando le cose nel calcio andavano male, io puntavo tutto sullo studio: avevo il piede in due scarpe e non era facile gestire le due cose. Poi però ci incrociammo in occasione di un’amichevole col Brescia, che venne rinviata per un nubifragio. Quel giorno Bagnoli mi disse solo: «Ci vediamo giovedì». Passai notti tormentate a riflettere, senza chiudere occhio. Alla fine accettai e fu la mia fortuna: ho fatto altri sei anni di Serie A, giocando fino a 38 anni.
Cosa ha reso quel gruppo così speciale?
Si è creato un legame straordinario, capace di andare oltre gli schemi classici e le abilità dei singoli. Nel Torino giocavo con campioni come Pulici, Graziani, Sala, Pecci e Zaccarelli. Erano sette nazionali, giocatori di un livello immenso, eppure non eravamo riusciti a diventare una “squadra”. A Verona, invece, siamo stati un blocco unico fin da subito. Ed è per questo che, a distanza di trent’anni, siamo ancora uniti.
C’è un episodio in particolare che è rimasto nella leggenda di quel gruppo?
Ce n’è uno ormai entrato nella letteratura del calcio. Eravamo negli spogliatoi del vecchio stadio Comunale di Torino, dopo una sfida con la Juventus. Eravamo furiosi. A un certo punto Di Gennaro lancia una scarpa contro il muro gridando: «Questi ci rubano sempre!». La scarpa rimbalza e colpisce una vetrata in alto che separava lo spogliatoio dal corridoio dove passavano l’avvocato Agnelli, Boniperti e gli arbitri. Il vetro viene giù con un rumore d’inferno. Io ero sotto la doccia con Tricella, usciamo di corsa per capire cosa fosse successo. Di Gennaro continuava a spogliarsi come se nulla fosse, mentre il Mister fissava i cocci a terra. In quel momento entra un ufficiale tutto medagliato e chiede bruscamente: «Chi è stato? Cos’è successo?». Bagnoli lo guarda calmo e risponde: «Guardi che i ladarin (i ladri) sono dall’altra parte». È stata una risposta storica, ci siamo fatti una risata incredibile.
Quell’anno in Serie A c’erano Maradona, Zico, Platini. Che campionato è stato?
C’erano i più grandi del mondo e le società avevano speso cifre folli. Eppure, noi siamo partiti in testa e ci siamo rimasti fino alla fine. Non era facile: ogni domenica trovavi avversari che davano il 110% proprio perché eravamo la capolista. Restare davanti con l’obbligo di vincere, nell’Italia di allora, era un’impresa.
Due anni dopo lo scudetto arrivò un altro miracolo, il quarto posto. Come fu quella stagione?
Dopo un anno post-scudetto complicato, l’arrivo di Gigi De Agostini sulla fascia sinistra ci restituì l’equilibrio necessario per risalire. Eravamo però contatissimi: tredici giocatori più due ragazzi della Primavera. Una rosa corta all’inverosimile. Si andava avanti a Voltaren e cortisone, mandando in campo gente letteralmente a pezzi pur di non fermarsi. Eppure facemmo un campionato immenso, culminato con lo 0-0 a San Siro contro l’Inter che ci garantì la Coppa UEFA. A fine gara, tra i dirigenti in festa, vidi per la prima volta il Mister commosso. Credo non l’abbia notato nessuno, ma aveva le lacrime agli occhi: era un traguardo straordinario per come eravamo ridotti a livello di organico.
Come è cambiato il rapporto tra giocatori e tifosi oggi?
È un tema che mi sta molto a cuore. Noi vivevamo immersi nella città, mentre oggi le società alzano barriere incomprensibili tra la squadra e la gente. Mi dà un fastidio tremendo: isolano i calciatori convinti di aumentarne il valore o l’immagine, rendendoli “preziosi” ma distanti. Un tempo i giornalisti viaggiavano con noi ed entravano negli spogliatoi; oggi serve un appuntamento venti giorni prima solo per una battuta. Questo isolamento forzato, alla lunga, distorce completamente il senso del nostro sport.
Questo è un problema anche per i giocatori?
Certamente, e le difficoltà saranno enormi. Uscire dal mondo del calcio è traumatico per chiunque, anche per chi è stato fortunato come me che, grazie alla laurea, ho lavorato per trent’anni come medico. È dura perché passi dall’essere osannato e applaudito al silenzio del giorno dopo. Se per anni hai vissuto in un mondo artificiale e protetto, l’impatto con la realtà quotidiana rischia di essere violento.
Cosa ha rappresentato, e cosa rappresenta ancora, quello scudetto per Verona?
Per farvi capire l’entità di ciò che abbiamo fatto, vi racconto un episodio. Sono andato a trovare Preben Elkjær a Copenaghen. Appena arrivato gli propongo: «Andiamo a fare due passi in centro». Parcheggiamo la macchina, saliamo in superficie e non facciamo in tempo a camminare per pochi metri che ci ferma un gruppo di sei persone: «Ma guardate! Sono quelli del Verona!». Erano tifosi gialloblù in vacanza in Danimarca. Ci sono stati abbracci, fotografie, ricordi… a Copenaghen, a migliaia di chilometri di distanza e dopo trent’anni.


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