Mattia Cona, il talento veronese che sogna Wimbledon
di Giorgia Preti | 10 Marzo 2026A soli 16 anni ha già messo il suo nome tra quelli delle promesse del tennis italiano. Originario di Sant’Anna d’Alfaedo, Mattia Cona, studia e si allena a Bolzano, lontano da casa, inseguendo un sogno che il suo idolo, Novak Djokovic, ha coronato ben sette volte: vincere Wimbledon. D’altronde, come ci ha detto lui stesso: «sognare non costa nulla». Campione italiano Under 16 in doppio e semifinalista in singolo nel 2025, Mattia Cona vive tra libri, palestra e tornei, con la maturità di chi sa che il talento da solo non basta; in uno sport come il tennis, praticato ad alti livelli, serve quel quid pluris: costanza, spirito di sacrificio e grande “tenuta mentale”. Qualità che a Mattia non mancano e che, anche se ancora molto giovane, ci hanno fatto capire che ha la stoffa del campione.
Mattia, quando hai iniziato a giocare a tennis?
Seriamente a 7 o 8 anni, ma fin da piccolo ho sempre avuto in mano una racchetta. Le mie sorelle giocavano a tennis e ho preso ispirazione da loro. Poi entrambe hanno smesso per motivi di studio.
Tu invece stai cercando di portare avanti entrambe le strade: studi e ti alleni al Tennis Club Bolzano, lontano da casa. Come ti trovi?
All’inizio ho fatto fatica, sentivo la mancanza della famiglia e delle comodità di casa. Ora lo vivo molto meglio, mi diverto e ho imparato tanto a gestirmi da solo.
Come concili studio e allenamento?
Mi alleno e quando torno a casa mi metto subito a studiare. È l’unico tempo libero che ho, quindi sono obbligato a mettere anche la scuola davanti al tennis.
Quante ore ti alleni in una giornata?
Due, due ore e mezza in campo. Fuori dal campo, quindi atletica e parte fisica, almeno un’altra ora e mezza.
Il tennis, però, è anche molto psicologico. Come gestisci “la testa”?
Cerco di giocare divertendomi. Non è facile, perché da ragazzi punti sempre a vincere, ma ho notato che divertendosi è più facile esprimersi.
Come ti vedi tra qualche anno? Quali sono i tuoi sogni?
Vorrei diventare un giocatore professionista e competere al livello più alto del tennis. È un obiettivo difficile, ma sognare non costa nulla.
È vero che nel tennis “non è finita finché non è finita”?
È verissimo. È uno sport duro proprio per questo: non c’è tempo limite, non esiste pareggio. Uno, prima o poi, deve vincere e l’altro deve perdere.
A te è capitato di perdere una partita che sembrava vinta?
Sì, è una cosa difficile. Ti rimane addosso perché senti che è colpa tua: nel tennis sei da solo. Però a volte bisogna dare merito all’avversario. Lo sport è anche questo: si vince o si perde e bisogna farsene una ragione.
Qual è la partita più bella che hai giocato?
Quest’anno a Cuneo, ad agosto, sotto un caldo tremendo. Giocavo contro uno spagnolo più grande di uno o due anni in un torneo internazionale. Abbiamo giocato quattro ore e alla fine l’ho portata a casa: sono stato molto soddisfatto.
E quella che ti ha bruciato di più?
Sempre quest’anno, in Coppa a squadre per il mio circolo. Ero avanti 6-1, 5-2. L’avversario si è caricato con il pubblico di casa e io, quando sono andato un attimo sotto, sono crollato psicologicamente. Ci è voluto un po’ per riprendersi.
Se guardiamo ai grandi campioni, non possiamo non parlare di Sinner. Ti rivedi nel percorso che ha fatto lui?
Sì, un po’ nel suo gioco e soprattutto mentalmente. Secondo me è quello che sta meglio di tutti in campo. È un modello di ispirazione per la maggior parte dei ragazzi.
Credo di aver capito chi tu preferisca tra i due, ma te lo chiedo lo stesso: Sinner o Alcaraz?
Sinner. Non perché mi stia antipatico Alcaraz, ma mi piace di più anche come gioco. Alcaraz è più esuberante. (ride, NdR)
Il tuo giocatore preferito?
Novak Djokovic. Fin da piccolo l’ho preso come ispirazione. Mi piaceva come stava in campo e come lottava.
Passiamo ai fondamentali. Il tuo colpo preferito?
Ultimamente il servizio. Ora che sono diventato alto, sento che posso fare tanti punti e mi diverto. Se lo sai usare bene ti dà un grandissimo vantaggio.
Meglio dritto o rovescio?
Dritto. Di rovescio ogni tanto faccio qualche errore, ma comunque non sono scarso. (ride, NdR)
Se potessi vincere un Grande Slam, quale sarebbe?
Sicuramente Wimbledon, perché è il torneo più iconico. Mi piace molto anche l’Australian Open, perché amo il cemento: al chiuso la palla va più veloce e io mi trovo meglio quando si tira forte.
Cosa vedi nel tuo futuro?
Vorrei continuare a divertirmi e stare vicino a persone che mi vogliono bene. Voglio andare più avanti possibile, divertendomi ma anche lavorando, perché senza sacrificio nessun obiettivo arriva da solo.
Cosa ti aspetta nel 2026?
Sarà un anno impegnativo: non ci sono più tornei Under nazionali, si passa al tennis “vero”, quello dei grandi.
La tua famiglia come vive questo percorso?
È molto contenta e mi dà sempre appoggio. Mi aiutano in ogni campo quando ho difficoltà. Sono felice di avere una famiglia come la mia.


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