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Damiano Tommasi: «I veri campioni fanno la differenza fuori dal campo»

di Redazione | 10 Marzo 2026

C’è chi per farsi notare deve fare rumore e chi, invece, sa lasciare un’impronta profonda senza mai alzare la voce. Damiano Tommasi appartiene a questa seconda categoria: un uomo che non ha mai avuto bisogno di clamore per incidere il proprio nome nella storia del calcio italiano. Nato a Negrar nel 1974, Tommasi è stato un emblema di serietà e sostanza. Cresciuto nel vivaio dell’Hellas Verona, è diventato una bandiera della Roma: dieci stagioni in giallorosso, 261 presenze in Serie A e il trionfo nello storico scudetto del 2001, prima di intraprendere una ‘seconda vita’ istituzionale. Presidente dell’Associazione Italiana Calciatori dal 2011 al 2020, dal 2022 ricopre la carica di sindaco di Verona. Ospite di Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon a Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, Tommasi ha ripercorso alcuni dei temi che hanno segnato la sua carriera: il rientro dall’infortunio, i campioni che ha conosciuto da vicino e il valore dello sport come scuola di vita.

Lo sport è davvero una scuola di vita?

Lo credo fermamente. Una volta, parlando in un liceo sportivo, ho detto ai ragazzi che chi acquisisce una mentalità sportiva si trova bene in qualsiasi lavoro. Il centimetro in più nel salto in lungo o il secondo in meno in piscina si conquistano con allenamento, sacrificio e impegno. Nel lavoro funziona allo stesso modo: è così che riesci a distinguerti. Bisogna ricordarsi però che, come nello sport, se perdi un’occasione può succedere. Fa parte del gioco. Poi arriva la seconda, la terza, la quarta.

Come è cambiato l’approccio allo sport negli ultimi anni?

Oggi lo sport viene sempre più visto come un’opportunità di carriera e si perde un po’ il suo senso più autentico: fare gruppo, creare amicizie vere, divertirsi. 

Da dove si può ripartire per ritrovare quello spirito?

Dovremmo imparare dal calcio femminile. Molte ragazze staccano dal lavoro per andare ad allenarsi, alcune giocano in Serie A e lavorano ancora. Studiano, si impegnano, fanno sacrifici pur di continuare a giocare. Lì c’è davvero amore per il calcio. In quegli spogliatoi si ritrova lo spirito di voler giocare e stare insieme. Quando attraversi l’oceano per giocare hai una motivazione diversa rispetto a chi attraversa solo la strada. È proprio da quello spirito che dovremmo partire. 

Qual è l’immagine più bella che porta con sé della sua carriera?

Il gol al rientro dall’infortunio al ginocchio, in Roma-Fiorentina nel 2005. Dopo sedici mesi difficili tornai titolare e segnai al primo minuto. Per me ha significato tantissimo. Per questo, quando vedo ragazzi che si infortunano capisco bene cosa stanno passando. Mi auguro sempre che possano tornare in campo e provare una gioia come quella che ho vissuto io.

I grandi campioni che ha conosciuto: cosa li distingueva davvero?

La differenza la facevano fuori dal campo: preparazione e cura dei dettagli. I veri campioni con cui ho giocato, quelli che in campo erano dieci volte più bravi degli altri, lo erano perché fuori lo erano cento volte di più. Penso a Bobo Vieri: nell’immaginario uno che viveva alla giornata. In Nazionale invece arrivava un’ora prima per massaggiarsi le caviglie e restava un’ora dopo in fisioterapia. E poi Del Piero: un’ora a battere punizioni, lui che forse non ne avrebbe nemmeno bisogno, e si arrabbiava col magazziniere perché lo faceva rientrare dopo solo un’ora. La differenza, alla fine, si faceva sempre lì.

Parlando di campioni, com’era giocare con Francesco Totti?

Francesco era ed è una forza mentale. È stato meraviglioso giocare con lui. Da ragazzo ha portato una responsabilità più grande della sua dimensione. In fondo avrebbe voluto restare il ragazzo semplice di sempre, giocare alla PlayStation con i figli. Ma a Roma non può fare un passo senza essere riconosciuto: ha una forza mediatica pari a quella di un sindaco. Alla lunga può pesare.