Stefano Bizzotto: «Per seguire la Simeoni alle Olimpiadi ho rischiato il carcere»
di Redazione | 20 Gennaio 2026Le Olimpiadi sono passione, dedizione, la massima essenza dello sport. Le abbiamo amate per le imprese dei grandi campioni, per le storie e gli uomini che le hanno attraversate, ma anche per chi ce le ha sapute raccontare. Giornalisti, cronisti e scrittori che con le loro parole ci hanno fatto vivere quelle emozioni come se fossimo lì. Tra questi c’è Stefano Bizzotto, una delle voci storiche di Rai Sport, che ha raccontato quattordici Olimpiadi tra estive e invernali. Nato a Bolzano nel 1961, ha seguito otto Mondiali e sette Europei di calcio e decine di discipline diverse: dal calcio internazionale ai tuffi di Tania Cagnotto, passando per hockey, sci e tiro a volo. Dagli esordi all’Alto Adige nel 1982 alla Gazzetta dello Sport, fino all’approdo in Rai nel 1991, ha costruito una carriera fatta di studio, preparazione e rispetto per il mestiere. Ospite di Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon a Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, Bizzotto ha ripercorso gli esordi, le storie nascoste dei Mondiali e il suo modo di intendere il giornalismo.
La sua passione per lo sport e il giornalismo da dove nasce?
Sono sempre stato appassionato, anzi direi quasi ossessionato dallo sport. Al punto che, per tifare Sara Simeoni alle Olimpiadi di Los Angeles, ho rischiato di finire in carcere. Sembra uno scherzo, ma non lo è. La finale di salto in alto era di notte e io in quel periodo ero di leva al Centro di addestramento di Cuneo. Di notte, quando fai il servizio militare, o dormi o sei di guardia. Io avrei dovuto dormire, ma diventavo matto per non poter seguire quella gara. Allora mi prendo una radiolina e penso: l’ascolterò da lì. È notte, dormono tutti. Tengo la radiolina sotto il cuscino, volume bassissimo, per evitare che qualcuno potesse sentire. Se mi avessero scoperto, la punizione sarebbe stata inevitabile, e durante la leva non erano certo leggere. Invece andò bene a Sara, che conquistò l’oro olimpico, e bene anche a me, che riuscii a scamparla.
Da dove si comincia per essere un giornalista sportivo?
Per fare questo mestiere bisogna studiare. Non accontentarsi mai di ciò che si sa, ma andare a fondo, cercare di conoscere il più possibile la disciplina che si segue. È fondamentale avere memoria e metodo. Io, per esempio, ho sempre costruito un grande archivio fatto di ritagli di giornale, dati, date, video. È così che ho lavorato per tutta la vita, è sempre stato il mio modo di fare giornalismo.
Ha mai utilizzato concretamente il materiale conservato in questo archivio?
Certamente. È stato una fonte imprescindibile per il mio libro Giro del mondo in una Coppa, dedicato ai Mondiali di calcio. Ma non un libro sulla storia dei Mondiali, quanto un libro di storie. Storie magari poco conosciute, sentite nominare una volta di sfuggita e poi dimenticate, perché non parlano di trionfi, ma che meritano comunque di essere raccontate. Storie nascoste, retroscena che a volte spiegano molto più di una partita o di un risultato. Storie di uomini, prima ancora che storie di calcio.
Può farci qualche esempio?
Tra le storie che preferisco c’è quella di un capitano della nazionale argentina, Ferreira, che durante un Mondiale si presentò dall’allenatore dicendo: “Scusi, devo sostenere un esame universitario, vado e poi torno a giocare”. Un’altra storia straordinaria è quella di Fritz Walter, capitano della Germania campione del mondo nel 1954. Durante la guerra era stato fatto prigioniero e doveva partire per un campo di concentramento, di fatto non avrebbe mai più giocato a calcio. La sera prima della partenza, organizzano per passatempo una partita nel campo dove lo tenevano prigioniero. Lui ovviamente fa un figurone e qualcuno lo riconosce. Quella sera il comandante del campo gli disse: “Tu sei un grande giocatore, non puoi partire domani, resti con noi”. Così Fritz Walter si salvò dalla deportazione e, pochi anni dopo, diventò campione del mondo con la Germania.
C’è una storia, tra quelle che ha raccontato, che secondo lei ha davvero cambiato il calcio?
Sì, quella dei cartellini. È una storia curiosa che forse non ha cambiato i risultati delle partite, ma ha cambiato profondamente il modo di vedere e capire il calcio. Dopo i Mondiali di calcio del 1966 in Inghilterra, il capo degli arbitri, l’inglese Ken Aston, non era soddisfatto di come venivano gestite ammonizioni ed espulsioni. C’era troppa confusione: decisioni poco chiare, difficili da comprendere non solo per i giocatori, ma anche per il pubblico sugli spalti. Un giorno era fermo in macchina davanti a un semaforo pronto per ripartire: rosso, giallo e… Idea. Tornò di corsa a casa, ritagliò due cartoncini colorati, si mise davanti allo specchio e simulò il gesto dell’arbitro che li estrae. Funzionava perfettamente: immediato, universale, comprensibile da tutti. Così nacquero il cartellino giallo e il cartellino rosso. Un’idea semplice che ha cambiato per sempre il linguaggio del calcio.
Come vede oggi il giornalismo sportivo?
Il mondo cambia, ed è inevitabile che cambi anche il giornalismo. Oggi, forse, l’ambiente è diventato eccessivamente competitivo: tutti alla ricerca dello scoop, spesso con l’idea che non serva una preparazione adeguata. C’è troppa gente convinta di essere nata “imparata”. Questo modo di fare non mi appartiene, né mi è mai appartenuto. Anche se tutto cambia, per me fare il giornalista vorrà sempre dire preparazione, passione e umiltà.


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