Beniamino Vignola: «Potevamo anche non salutarci, ma in partita eravamo una cosa sola»
di Redazione | 15 Gennaio 2026Beniamino Vignola, nato a Verona nel 1959, è stato uno dei talenti più raffinati del calcio italiano degli anni Ottanta. Cresciuto nel vivaio dell’Hellas, è stato un regista offensivo capace di unire eleganza e intelligenza tattica, doti che lo hanno portato dal Bentegodi fino alla Juventus dei grandi campioni. Con la maglia bianconera ha vissuto l’apice della carriera nella notte di Basilea del 1984, firmando il gol decisivo per la conquista della Coppa delle Coppe. Ospite di Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon a Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, l’ex fantasista gialloblù ha ripercorso le tappe fondamentali del suo cammino: dagli esordi come “Rivera dell’Adige” alla Juve di Trapattoni, fino ai momenti drammatici che hanno segnato la sua vita fuori dal campo.
In quella Juve degli anni ’80 c’erano moltissimi fuoriclasse. Che clima si respirava dentro uno spogliatoio così iconico?
Ho avuto la fortuna immensa di giocare con Michel Platini, ma la lista sarebbe lunghissima. C’erano Boniek, Paolo Rossi, Tardelli, Tacconi, Cabrini, Gentile, Scirea… Era una Juve fortissima, guidata da un grande allenatore come Giovanni Trapattoni. Vincere non è mai una passeggiata, ma diciamo che in quel gruppo era un po’ meno difficile che altrove. Era una squadra di stelle e di grandi personalità: poteva capitare che nello spogliatoio qualcuno non si sopportasse o che non ci si salutasse nemmeno, ma quando si entrava in campo eravamo dei professionisti straordinari. Furino e Bettega, per citarne due, non erano magari amatissimi da tutti i compagni, ma quando c’era da lottare e metterci la gamba erano sempre i primi a farlo. Il segreto era tutto lì: la verità del campo superava ogni simpatia personale.
C’è qualche episodio in particolare che ricordi di quello spogliatoio?
Penso a quella volta, la prima, che Michel Platini entrò nel nostro spogliatoio. Era l’estate del 1982 e l’Italia era appena diventata campione del mondo con sei giocatori della Juve tra i protagonisti. Michel era stato l’acquisto-boom, il fuoriclasse che arrivava per farci fare il salto di qualità. Eppure, appena entrò, Marco Tardelli lo guardò e gli disse senza mezzi termini: “Senti, tu sei Platini, ma ricorda che qui dentro i campioni del mondo siamo noi”. In quello spogliatoio le personalità erano tutte fortissime, nessuno escluso.
Qual è il ricordo più bello della tua carriera in bianconero?
Il gol al Porto nella finale di Coppa delle Coppe è un ricordo fortissimo. Segnai la rete dell’uno a zero: quando lasci la tua firma su un trofeo come quello, l’emozione è sempre speciale. Per me oggi è un grande onore sapere che quella maglia, la numero 7 gialla con il colletto blu, è esposta nel Museo della Juventus
È vero che quando era più piccolo la chiamavano il “Rivera dell’Adige”?
Sì, è vero, mi chiamavano così. E a proposito di Rivera, ricordo bene il mio debutto a San Siro contro il Milan nella stagione 78/79. Per me lui era un fenomeno, un idolo che fino a quel momento avevo visto solo sulle figurine. Durante la partita gli feci fallo e lui cadde a terra, mi guardò con l’aria un po’ scocciata e io, d’istinto, gli chiesi scusa dicendogli: “Scusi, Rivera”. Gli davo del lei, perché una volta si usava così. Era un calcio diverso, fatto di gerarchie e grande rispetto: portavi la borsa ai veterani come Zigoni e compagnia, e prima di aprire bocca nello spogliatoio dovevi aver giocato almeno una quindicina di partite in Serie A.
La sua carriera è stata segnata anche da due momenti drammatici: la strage ferroviaria di Murazze di Vado del 1978 e il terremoto dell’Irpinia del 1980. Come ha vissuto quegli eventi?
Sono stati momenti terribili che porto ancora dentro. Nel 1978 ero alla mia prima convocazione con i “grandi” del Verona e viaggiavamo verso Roma sulla “Freccia della Laguna”. Ci salvammo per miracolo a Murazze di Vado perché, al momento dell’impatto, eravamo nella carrozza ristorante, mentre quelle di testa furono distrutte. Mi sento un miracolato. Qualche anno dopo, mentre giocavo nell’Avellino, vissi il terremoto del 23 novembre 1980: un’altra avventura tremenda in cui ti rendi conto, davvero, che la vita è appesa a un filo.
Nel 1985 sei tornato a giocare nella tua città, Verona. Che ricordo hai di quell’esperienza?
È stato incredibile tornare: giocavo con lo scudetto sul petto, nella squadra che amavo. Sognavo di lasciare un segno importante, ma purtroppo non fu così, e non solo per colpa mia. Era l’anno del dopo-scudetto: è sempre dura riconfermarsi e fu una stagione difficile per tutti. Per me quel campionato si riassume in una partita: Verona-Inter. Eravamo fermi sullo zero a zero quando ci diedero un rigore; andai sul dischetto ma non calciai per nulla bene e Zenga me lo parò. Finì con un triste 0 a 0 .


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