Franco Vallicella: «La carenza di infermieri è un’emergenza che non possiamo più ignorare»
di Claudio Capitini | 5 Novembre 2025La carenza di infermieri in Italia è ormai una delle emergenze più urgenti del sistema sanitario nazionale, con effetti diretti su ospedali e strutture sanitarie. La situazione è particolarmente critica in Veneto, dove mancano almeno 3.000 infermieri, ma il problema coinvolge anche altre regioni, arrivando a circa 70.000 professionisti mancanti in tutta Italia. Questa realtà è alimentata dalla crescente difficoltà di attrarre nuovi studenti ai corsi di laurea in infermieristica e dalla forte migrazione di infermieri verso il settore privato, che offre stipendi più alti e migliori condizioni di lavoro. Ospite di Verona Salute su Radio Adige TV, Franco Vallicella, presidente dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Verona, ha condiviso la sua analisi sulla crisi che sta colpendo la professione, un fenomeno che ha radici profonde e che rischia di peggiorare ulteriormente nei prossimi anni.
La carenza di infermieri non è un fenomeno recente, ma un problema che si è acuito nel tempo. Cosa ci dicono i dati?
La situazione è davvero preoccupante. Se prendiamo come esempio la provincia di Verona, nel 2011 l’Università offriva 520 posti per il corso di infermieristica e riceveva 866 domande. Questo indicava un forte interesse per la professione. Ma nel 2025, i posti sono scesi a 500 e le domande sono crollate a 238. È un dato allarmante che evidenzia l’impoverimento del bacino di aspiranti infermieri e la crescente difficoltà nel mantenere il numero di professionisti necessari.
Perché la situazione è peggiorata così drasticamente?
La riduzione degli studenti nei corsi di infermieristica è dovuta a diversi fattori. In primo luogo, c’è un calo generale dei maturandi, accompagnato da una crescente varietà di opportunità professionali in altri settori, che rende la nostra professione meno attraente per i giovani. Non si tratta solo di stipendi, che comunque rimangono un elemento fondamentale, ma di risposte strutturali urgenti per garantire che il numero di infermieri necessari al Servizio Sanitario Nazionale venga mantenuto.
Il carico di lavoro degli infermieri è uno dei principali fattori che contribuiscono alla carenza di personale. Come descriverebbe la situazione attuale?
La nostra professione è indubbiamente bellissima e gratificante per chi è interessato al rapporto con le persone e alla cura dei loro bisogni. Tuttavia, oggi gli infermieri si trovano a lavorare in un contesto molto difficile. La carenza di personale ha portato a un carico di lavoro eccessivo per chi rimane in servizio. Questo significa che un infermiere, invece di rispondere ai bisogni di tre pazienti, ne deve seguire cinque o sei. Il fenomeno del burnout è una diretta conseguenza di questo carico insostenibile, con molti professionisti che, stremati, decidono di lasciare la professione. Un esempio significativo che illustra questa realtà è il film “L’ultimo turno” , che mette in evidenza le scelte difficili che gli infermieri sono costretti a fare in condizioni di lavoro.
Oltre al carico di lavoro, c’è anche la questione del riconoscimento della professione. Qual è la situazione in merito?
La professione infermieristica ha ricevuto un importante riconoscimento giuridico grazie alla formazione universitaria e post-universitaria, ma il sistema sanitario spesso non valorizza adeguatamente le competenze degli infermieri. Nonostante gli infermieri siano chiamati a svolgere responsabilità di alto livello, spesso il corrispettivo economico e professionale non è all’altezza. Questo crea un disequilibrio: si chiede sempre di più agli infermieri, ma il riconoscimento e il supporto non sono sufficienti. Il problema non riguarda solo il carico di lavoro diretto, ma anche l’importanza del loro ruolo nelle fasi cruciali. Pensiamo agli interventi chirurgici: dopo un’operazione complessa, è l’infermiere che si occupa del post-operatorio, assicurandosi che tutto proceda correttamente. Se non c’è un infermiere competente che segue il paziente, tutto l’investimento del sistema sanitario rischia di andare perso. La professione infermieristica è un tassello fondamentale per il buon funzionamento del sistema sanitario, e non può essere trascurata.
Un altro fenomeno preoccupante che sta influenzando la professione infermieristica è la migrazione verso il settore privato. Qual è la sua opinione su questo fenomeno?
La migrazione verso il privato è un fenomeno che esiste e che, in parte, è fisiologico. Gli infermieri, come tutti i professionisti, sono consapevoli del loro valore e delle loro competenze, e se un’organizzazione offre migliori condizioni economiche e di lavoro, è naturale che molti scelgano di trasferirsi. Tuttavia, il problema più grave non è solo questo travaso verso il privato, ma il fenomeno del decadimento del sistema sanitario pubblico. Alcuni infermieri, stanchi delle difficoltà e del carico di lavoro eccessivo, decidono addirittura di abbandonare completamente la professione. Questo è un danno enorme per il sistema sanitario, poiché la formazione di un infermiere rappresenta un investimento significativo. Quando un infermiere decide di non fare più questo lavoro, la perdita è irreparabile, non solo per il sistema, ma per i pazienti che, alla fine, sono i primi a essere colpiti.
Dopo aver analizzato le criticità della professione infermieristica, quali soluzioni propone per affrontare questa emergenza?
Per prima cosa, è fondamentale migliorare le condizioni di lavoro degli infermieri. Questo significa non solo una maggiore attenzione alla formazione professionale e al riconoscimento delle competenze, ma anche un potenziamento del reclutamento di operatori di supporto. Gli infermieri, infatti, sono troppo spesso costretti a gestire carichi di lavoro eccessivi. Affiancare loro operatori socio sanitari qualificati potrebbe alleggerire il peso del lavoro, consentendo loro di concentrarsi maggiormente sulle competenze specifiche per le quali sono formati. Inoltre, è necessario aumentare gli stipendi e garantire un percorso di carriera chiaro. I giovani infermieri, come tutti i professionisti, hanno bisogno di certezze sul loro futuro. Non possiamo più chiedere sacrifici senza offrire loro una prospettiva di crescita, e purtroppo, nel nostro sistema, questo non è sempre garantito.
Oltre alle difficoltà negli ospedali, la carenza di infermieri sta impattando anche la sanità territoriale, nelle strutture come case e ospedali di comunità. Come vede questa situazione?
Le case e gli ospedali di comunità sono senza dubbio una risorsa importante, in quanto rispondono a un bisogno crescente di assistenza sul territorio, un bisogno che è in continua espansione con l’invecchiamento della popolazione. Tuttavia, questi servizi possono funzionare solo se c’è un numero adeguato di infermieri per supportarli. Se continuiamo a trasferire infermieri dal settore ospedaliero a quello territoriale, rischiamo di creare un’altra forma di crisi: le strutture ospedaliere, già sotto pressione, potrebbero trovarsi ancora più svuotate e incapaci di rispondere adeguatamente alle emergenze.
Recentemente è stata varata una riforma delle professioni sanitarie. Qual è il suo punto di vista sulle modifiche introdotte?
La riforma è un’opportunità importante, soprattutto in merito al riconoscimento della carriera degli infermieri. Da una parte, il disegno di legge definisce la responsabilità dei professionisti sanitari, attenuando la responsabilità in alcune circostanze, un aspetto che è sicuramente positivo. Tuttavia, c’è una parte del disegno che, a mio avviso, non è stata affrontata adeguatamente. Si parla dello sviluppo delle competenze e del riconoscimento delle stesse, ma queste parole vanno concretizzate meglio. Il sistema, infatti, non ha ancora un percorso chiaro per il riconoscimento delle competenze acquisite dagli infermieri. Potevano esserci indicazioni più precise, non solo enunciazioni generali. Questo è un tema che va sistematizzato meglio, per dare a noi professionisti sanitari certezze per il futuro, a cominciare dal percorso di carriera.
Ha iniziato la sua carriera da infermiere nel 1982 e ha vissuto sicuramente molte difficoltà nel corso degli anni. Si è mai chiesto se ne è valsa davvero la pena?
Non rinnego nulla e, se dovessi ricominciare, lo farei senza esitazioni. Lo stesso entusiasmo che avevo nel 1982 continua a spingermi a far comprendere l’importanza del lavoro degli infermieri. Il Servizio Sanitario Nazionale ha raggiunto risultati significativi anche grazie al nostro contributo. La professione si è evoluta con i cambiamenti nei bisogni della popolazione, ma oggi affrontiamo sfide enormi. Se non riusciamo a garantire un infermiere per le necessità quotidiane di un paziente, è un problema che riguarda tutta la società.


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