Marino Bartoletti

Marino Bartoletti: «Se togliamo l’umanità allo sport, gli togliamo le radici»

di Redazione | 16 Ottobre 2025

Marino Bartoletti è una delle voci più amate del giornalismo e della televisione italiana. Nato a Forlì nel 1949, ha saputo raccontare lo sport con eleganza e passione, diventando un punto di riferimento per intere generazioni. Autore, conduttore e scrittore, ha diretto Il Guerin Sportivo e portato in televisione programmi storici come La Domenica Sportiva, Il Processo del Lunedì e Pressing, firmando alcune delle pagine più significative del giornalismo sportivo italiano. Ospite di Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon a Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, ha ripercorso la sua carriera e il suo modo di intendere lo sport.

Sport e musica sono da sempre due grandi passioni della tua vita. C’è una che senti più tua?
Non posso sceglierne una. Per professione faccio il giornalista sportivo, ma in realtà entrambe mi hanno regalato emozioni straordinarie. Lo sport e la musica hanno la stessa missione: unire le persone, trasmettere sentimenti, creare condivisione. Penso a quando si canta insieme in spiaggia, abbracciati, oppure a quando si festeggia una vittoria: in fondo è la stessa felicità collettiva.

Quando è nata la tua vocazione per il giornalismo sportivo?
Credo durante le Olimpiadi di Roma del 1960. Avevo undici anni e rimasi incantato da quello spettacolo di bellezza, valori ed emozioni. Ricordo di aver pensato: “Se lo sport sa trasmettere sensazioni così straordinarie, sarebbe bello, un giorno, riuscire a raccontarle anch’io”. Forse è lì che tutto è cominciato.

Sei sempre stato molto legato alla vicenda di Marco Pantani e lo hai ricordato spesso con parole piene di emozione. Che cosa rappresenta per te?
Marco è stato un ragazzo straordinario, fragile e luminoso allo stesso tempo. Ricordo questa foto: l’abbiamo scattata alle Canarie, il giorno del mio compleanno, il 30 gennaio 2003. Io ero lì come tanti cicloturisti, lui si allenava con i suoi compagni di squadra, per quella che sarebbe stata la sua ultima stagione della carriera, e purtroppo anche della sua vita.
Passammo giorni bellissimi, e nei suoi occhi vidi ancora il lampo della vita. Un anno dopo, Marco non ci sarebbe stato più. Tutti noi – amici, colleghi, giornalisti – ci portiamo dentro un grande rimorso: la sensazione che avremmo potuto fare di più, che non avremmo dovuto lasciarlo solo nella sua fragilità.
Forse ha ricevuto troppe carezze quando avrebbe avuto bisogno di uno schiaffo, e troppi schiaffi quando aveva solo bisogno di carezze.

Marino Bartoletti e Marco Pantani

Hai parlato spesso di umanità come valore fondante dello sport. Cosa intendi?
L’umanità è la benzina di tutto quello che ho fatto. Se togli allo sport l’umanità, gli togli le sue radici. Io vengo da una generazione in cui i calciatori li intervistavamo “nudi”: una metafora, ma anche una realtà. Entravamo negli spogliatoi e parlavamo con loro appena usciti dalla doccia: non per curiosità, ma perché c’era fiducia, spontaneità. Non servivano uffici stampa, filtri o barriere. Oggi invece è tutto più distante, più controllato. Si è perso quel contatto umano che rendeva autentico il racconto sportivo, e questo mi rattrista molto.

Nei tuoi libri racconti proprio quel mondo fatto di passioni vere e incontri autentici. Come sono nati i tuoi libri?
Direi quasi “a mia insaputa”. Non avevo mai davvero pensato di scrivere un libro, poi un paio d’anni fa ho iniziato a pubblicare su Facebook i miei pensieri quotidiani: ricordi, incontri, storie della mia vita e della mia fortunata carriera. Un editore mi disse: “Il libro l’hai già scritto, basta raccoglierlo”. Così sono nati Il Bartoletti 1 e Il Bartoletti 2. Dentro ci sono anche alcune mie fotografie, non per vanità, ma perché se racconto di Enzo Ferrari mi piace mostrare l’immagine in cui mi mette un braccio sulla spalla; e se parlo di Pantani, voglio mostrare quella del giorno in cui volle passare con me il mio compleanno, offrendomi la torta. Sono immagini più forti di molte parole.

Hai spesso parlato del destino e hai citato “Samarcanda” di Roberto Vecchioni. Che cosa rappresenta per te quella canzone?
È una canzone solo in apparenza allegra. In realtà, dietro il ritmo leggero e quasi da filastrocca, nasconde un significato profondamente drammatico: parla dell’incontro dell’uomo con il proprio destino, con la morte. Racconta di un soldato che, nel giorno della sua felicità, vede la Morte e fugge a cavallo per due giorni e due notti, fino a Samarcanda. Ma quando arriva, la trova lì ad aspettarlo. È una metafora straordinaria della vita: l’appuntamento con il destino è inevitabile, ma ciò che conta è come lo affrontiamo. Ci sono persone che sanno trasformare quell’incontro in una rinascita. Penso ad Alex Zanardi, che ha “beffato” la morte lasciandole una parte di sé, le gambe, ma non la sua voglia di vivere. Ha sempre detto: «Guardate in me non quello che mi manca, ma quello che ho». Ecco, questo per me è il vero significato del coraggio.

Anche la musica, come lo sport, può insegnarci qualcosa sul destino. C’è una canzone che lo racconta?Sì, Meraviglioso, presentata a Sanremo nel 1968 ma esclusa dalla gara. L’anno prima, dopo la tragedia di Luigi Tenco, la Rai non volle accettare una canzone che parlava della gioia di vivere, considerandola troppo in contrasto con quel dolore ancora vivo. Eppure, come accade nelle più belle favole dello sport, un’esclusione può trasformarsi in un’esplosione. Meraviglioso divenne subito la canzone dell’estate, e ancora oggi, quando la sento cantare dai Negramaro o da altri artisti, mi emoziona. Perché la vita è proprio questo: trovare, anche dopo la sconfitta, la forza di rinascere.