Olive e le piccole (grandi) esplosioni della vecchiaia
di Redazione | 22 Aprile 2020Titolo: Olive, ancora lei
Autrice: Elizabeth Strout
Traduttrice: Susanna Basso
Casa Editrice: Einaudi
Pagine: 272

IL LIBRO. In breve qui dentro c’è Crosby cittadina inventata del Maine, la chiesa, l’alimentari e tutta la gamma di dolori regolari, ma sempre così unici, che si portano dietro i residenti, compresa Olive Kitteridge, anziana insegnante di matematica vedova del suo Henry. La magia di Elizabeth Strout sta qui, nel creare una poetica raccontando di piccoli, immensi screzi, riportando pezzi rubati a conversazioni di cortesia per strada, pensieri gretti e meravigliosi, descrivendo uomini amati che non abbiamo abbracciato quel giorno perché ci irritavano e poi una settimana dopo un ictus ce li ha fatti sparire.
L’AUTRICE. Nata nella provincia americana e newyorkese da anni, Elizabeth Strout ha vinto il Pulitzer grazie al personaggio irritante e irresistibile che è quella «vecchia ciabatta» di Olive Kitteridge. Con Olive Kitteridge nel 2009, raccolta di racconti in forma di romanzo (in un certo senso la prima puntata, di cui Olive, ancora lei è un seguito atteso da anni che mantiene però la sua indipendenza e si può leggere senza pregresso) il mondo si è accorto della sua prosa non femminile, non maschile ma disegnata dai sentimenti e non dal sentimentalismo. «Ho imparato a utilizzare solo il linguaggio necessario al racconto» ha detto in qualche intervista. Ed è un linguaggio che riesce a dire cosa significa perdere «non tanto la fede, quanto il senso di sé».
NOTE A MARGINE. La vita è fatta di grandi esplosioni e di piccole esplosioni. Sono importanti tutte e due, fa dire Strout alla sua Olive. Le piccole sono scosse che modificano l’andatura comunque. E possono accadere a qualsiasi età, in qualsiasi momento di solitudine opaca, di reclusione volontaria e imposta. Essere anziani non vuol dire smettere di essere attraversati dalle “esplosioni”, non vuol dire essere indenni a tutto. A ottanta anni ci si può innamorare del giovane medico e si può invocare la madre perduta chissà quanto tempo fa. Perché chiamare di nuovo “mamma” e dirlo anche solo all’aria, riempie un poco quella grande mancanza che è non essere più figli per nessuno. Preveniamo l’obiezione: non è la retorica delle piccole cose, è la perorazione più sincera sul fatto che, anche se lo sappiamo, non riusciamo mai a stringerle queste piccole cose. Perché importavano i fiori di Henry, un po’ appassiti a dire il vero, ora che lui è chissà dove nel cielo, perché fare i giri in macchina con Jack è stata una vera gioia, perché era così complice parlare di figli adulti che ci evitano con una nuova amica intimorita dalla pelle che avvizzisce.


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