La campionessa di Tennistavolo che volerà a Tokyo
di Redazione | 14 Novembre 2019Non ha riti scaramantici, ma da quando ha vinto la medaglia di bronzo individuale nella categoria 1-2, la campionessa paralimpica di tennistavolo Giada Rossi si fa acconciare, prima di ogni gara, con una treccia, «la stessa che portavo in gara». La Gara, con la G maiuscola, quella che l’ha consacrata ai vertici della classifica mondiale e che la vede protagonista di ogni torneo, in un mix di eleganza, forza e caparbietà che l’ha portata agli attuali – altissimi – livelli. Più che la fortuna, nella sua carriera, ha potuto la perseveranza, la capacità di credere in sé e nel frutto del duro lavoro, e insieme la forza di concentrarsi su un match alla volta, su un punto alla volta. Perché l’obiettivo, per Giada Rossi, non è il risultato finale, ma il singolo passo. Classe 1994, friulana di Pordenone, Giada si allena, insieme al resto della nazionale paralimpica italiana, a Verona, presso il Centro Federale inaugurato lo scorso anno al PalaMasprone. Una tabella di marcia ferrea, che non consente sgarri. «Ci alleniamo – racconta – al mattino, dalle 9 alle 12, e al pomeriggio, dalle 15 alle 18. Iniziamo con una mezz’ora di servizi, per poi fare le altre 2 ore e mezza di gioco al tavolo. Facciamo anche preparazione atletica e allenamento in piscina. È un vero e proprio lavoro». Essere ai vertici del ranking mondiale, per Giada, è un grande onore. «So di aver lavorato molto per raggiungere questo obiettivo, ma quando ho cominciato a praticare il tennistavolo, non avrei mai immaginato di raggiungere certi livelli». Facendolo, tra l’altro, in pochi anni. «Ho iniziato ad allenarmi nel 2011-2012, grazie alla mia professoressa di educazione fisica delle superiori, Marinella Ambrosio, che era la presidentessa del comitato paralimpico del Friuli Venezia Giulia. È stata lei a suggerirmi di provare con il tennistavolo. Ho avuto poi la fortuna di poter entrare da subito in contatto con la nazionale paralimpica, che spesso si allenava a Lignano Sabbiadoro, a un’ora da casa mia».

Dei compagni di squadra d’eccezione, quindi, che le hanno trasmesso entusiasmo, insegnandole molto, non solo in ambito sportivo. «Facevo sport già da prima del mio incidente, quindi quando mi si è proposta questa possibilità, sono rinata. Mancava un aspetto importante nella mia vita e lo sport è riuscito a ridarmelo, come me lo dava prima dell’incidente, portando tra l’altro notevoli miglioramenti anche nella mia quotidianità: conoscere chi stava vivendo le mie stesse difficoltà, confrontarmi con coetanei, ma anche con persone più grandi, mi ha insegnato molto, in termini di vita pratica. Quando ho iniziato, viaggiavo sempre accompagnata: alcune cose, da sola, non riuscivo a farle. Oggi sono completamente autonoma. Michela Brunelli, atleta veronese, la compagna di squadra con cui ho vinto il bronzo agli ultimi europei, per esempio, mi ha aiutata moltissimo in questo senso». Il momento più emozionante della sua carriera, finora, è stata la vittoria del bronzo a Rio. «Dico sempre che il fatto di non aver mai pensato di poter vincere una medaglia, me l’ha fatta vincere! Mi sono trovata lì, a giocare partita su partita, a pensare a quello che dovevo fare per fare punti, un pezzo alla volta, e sono finita a disputare una finale per il bronzo, tra l’altro contro un’atleta contro cui avevo perso, in precedenti tornei… è stata un’emozione grandissima!». Un’emozione che spera di poter ripetere. «Lo scorso settembre ho vinto i campionati europei in Svezia e di conseguenza ho conquistato il pass per Tokyo 2020. Per me è quindi ufficialmente iniziata la preparazione per questo evento. L’obiettivo è di raggiungere le medaglie più importanti… Per scaramanzia, non diciamo quali».
«Dico sempre che il fatto di non aver mai pensato di poter vincere una medaglia, me l’ha fatta vincere!»



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