Sibi Sheikh: dall’inferno del Mediterraneo al paradiso della Nazionale
di Redazione | 25 Settembre 2019Agile, reattivo, sempre pronto all’intervento, a una parata. Alle parole Sibi Sheikh, portiere della Virtus Verona, preferisce il gesto atletico eseguito sul campo. Lo incontriamo un venerdì pomeriggio, appena terminato un allenamento. Ci capiamo, un po’ in inglese, un po’ in italiano. È emozionato, lo intuiamo da come agita le mani. Nei suoi occhi la grande felicità per una seconda chiamata, questa volta più importante perché valida per le qualificazioni al Mondiale del 2022, con la Nazionale del suo Paese, il Gambia.
Una notizia già bella per un giovane calciatore di 21 anni, che diventa speciale se pensiamo che Sibi è arrivato in Italia quattro anni fa a bordo di un barcone. Raggiunta Lampedusa, Sibi viene assegnato al Centro di accoglienza Costagrande di Verona. Siamo nel 2015. È da lì che Sibi si fa notare per le sue doti sportive e viene segnalato a Luigi Fresco, presidente e allenatore della Virtus Verona. “Gigi” decide di dargli una possibilità, il resto, ora, lo conosciamo.
Sibi,
partiamo dalle novità. Lei è stato convocato dalla Nazionale del Gambia, in
palio ci sono le qualificazioni ai
Mondiali 2022. È felice?
Sì, sono molto felice. È il sogno di ogni calciatore quello di rappresentare il proprio Paese. In realtà è la seconda volta in Nazionale, sono stato convocato circa tre mesi fa in occasione di due amichevoli contro Guinea e Marocco. Questa volta abbiamo disputato due partite ufficiali con l’Angola: abbiamo perso, ma avevamo davanti una squadra che occupa una posizione molto buona nel ranking FIFA.
Qual è la sua relazione con il Gambia? Come vive
il rapporto con la sua terra dopo averla lasciata?
Amo la mia terra, amo la squadra nazionale. Ci
sono alcuni compagni con cui giocavo da piccolo e ritrovarli adesso è una
sensazione fantastica. L’ho lasciata, certo, ma tornare indietro e rappresentarla
significa davvero molto anche perché là c’è la mia famiglia. Quando li ho
rivisti, dopo tre anni dalla mia partenza, ho pensato che finalmente tutto
andava bene.
Sfatiamo falsi miti e chiacchiere facili.
Perché una persona decide di abbandonare la propria casa, la propria terra, i
propri affetti?

Lo si fa per ragioni molto diverse. Personalmente,
quando ero in Gambia, pensavo a quanto fosse grande il mondo, a quante
possibilità mi stavo perdendo restando dov’ero. Volevo vedere, conoscere,
imparare. Alcuni poi lasciano la loro terra a causa delle loro origini o per
problemi familiari, altri ancora per ragioni politiche o religiose. Io ho
lasciato il Gambia perché là non potevo fare molto, adesso lo rappresento con
la maglia della Nazionale e so di poter fare qualcosa per il mio Paese.
Ha mai avuto il timore di non poter più
rivedere i suoi cari?
Si, l’ho avuta quando stavo attraversando il
deserto. La gente intorno a te muore, alcune persone non ce la fanno. Lì ho
avuto dei rimpianti. Quando sono sbarcato in Italia, invece, ero felicissimo: ero
vivo, ce l’avevo fatta. È stato come passare dalle fiamme dell’Inferno al Paradiso.
Quanto ha aspettato prima di imbarcarsi?
Ho dovuto passare 8 mesi in Libia, e lì avevo
sempre paura. Ero senza documenti, senza niente, e ovunque andassi dovevo
sempre stare attento alla polizia o a malintenzionati. Ho lavorato come
imbianchino, avevo fatto un patto con un uomo: due mesi di lavoro gratis e poi
lui mi avrebbe pagato la traversata. Alla fine ho lavorato per lui più di 5
mesi, non voleva più lasciarmi andare perché ero diventato il suo braccio
destro, ho dovuto fare grandi pressioni su di lui.
Ricorda il momento della partenza?
Ricordo solo che una notte l’uomo bussò alla
mia porta e mi disse “parti stanotte”. Ha guidato quasi due ore per portarmi al
porto e lì sono stato caricato sulla barca. Quando poi io e le altre persone
siamo stati soccorsi, quando ho lasciato vivo quella barca, ho provato la
sensazione più bella di tutta la mia vita. Ho pregato Dio (Sibi è musulmano, ndr)
e l’ho ringraziato. Ora sono qui, sto seguendo i miei sogni e tutto va nel
verso giusto.
Cosa rappresenta per lei la Virtus?
La Virtus è tutto per me. È stata la mia prima squadra una volta arrivato in Italia, qui ho imparato tutto. È qualcosa che non potevo neanche immaginare. Grazie alla società sono cresciuto come persona, sono maturato, sono diventato parte di un gruppo. Il primo anno mi allenavo e basta, ero ancora un immigrato irregolare e senza documenti. Non potevo giocare. Ora, grazie al contratto da calciatore professionista ora posso rimanere in Italia: ho un permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, ma presto lo cambierò in un permesso per motivi di lavoro. Questo anche in vista delle prossime novità, perché tra pochi mesi diventerò papà!



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