Vinicio Verza: «Trapattoni? Quella volta l’ho attaccato al muro»
di Redazione | 17 Febbraio 2026Lo hanno definito un fantasista atipico, uno spirito libero, “il brasiliano del Milan”. Vinicio Verza, padovano classe 1957, è stato uno di quei calciatori capaci di far innamorare del gioco per la purezza della sua classe. È stato un trequartista imprevedibile, creativo, in grado di inventare la giocata impossibile in un fazzoletto di campo. Con la Juventus ha vinto due scudetti e una Coppa Italia, al Milan è stato tra i protagonisti della risalita dalla Serie B, al Verona ha indossato la maglia del club fresco campione d’Italia. Ospite di Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon a Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, Verza ha ripercorso i passaggi chiave della sua carriera: dalla gavetta in bianconero al finale amaro con il Como, passando per il rapporto con Trapattoni e la scelta, controcorrente, di chiudere con il calcio a trent’anni.
È stato un giocatore fenomenale, eppure ha smesso a 30 anni. Perché aveva preso quella decisione?
A trent’anni andai al Como. Di fatto mi pagarono per andare in vacanza, ma io volevo giocare. Avevo fatto 200 partite in Serie A, pensavo di poter dare ancora una mano. Invece mi dissero: “Signor Verza, lei non rientra nei piani. Puntiamo sui giovani”. Mi aveva voluto l’allenatore, Rino Marchesi. Feci le prime due partite, poi solo panchina. Se volevano regalare dei soldi, potevano farli andare in beneficenza. Avevo anche un figlio piccolino che iniziava la scuola, avevo spostato la famiglia con tutti i disagi del caso. Quell’anno mi disgustò a tal punto che rifiutai l’anno dopo un contratto con la Fiorentina e smisi di giocare.
Ha mai avuto rimpianti per quella scelta?
No, nessun ripensamento. Sono contento di quello che ho fatto e non mi sono mai guardato indietro. Ho lasciato un mondo che mi ha dato tanto, ma mi ha anche tolto tanto, e ho scelto una vita “normale”, rimettendomi in gioco. Ricominciare, poi, non è stato difficile, anche perché avevo chiuso il calcio in modo brutto. Questo non toglie il fatto che io ho ricordi straordinari del calcio, e oggi mi fanno ancora emozionare. Ma rimpianti no. Smettere a 30 anni è stata una scelta di cui sono felice ancora adesso.
La sua prima grande squadra è stata la Juventus. Come andò quell’esperienza in bianconero?
Ci sono arrivato che avevo 19 anni ed è lì che ho fatto la gavetta a tutti gli effetti. Mi ricordo ancora che portavo le borse a Causio. Non era solo quello, però. È vero, c’era chi non ti calcolava nemmeno perché eri il più giovane, ma c’erano anche molti compagni che ti aiutavano. Per esempio Benetti mi dava sempre una mano, anche quando segnavo mi diceva magari: «Vicio, non dovevi essere in quella posizione, dovevi essere in un’altra». Erano consigli preziosi. Poi c’era anche chi si scaldava di più, perché aveva paura che gli rubassi il posto. Mi ricordo Furino, che ti mangiava le caviglie. Resta il fatto che è stata un’esperienza fondamentale e lo dico sempre, la gavetta è importantissima.
In quell’esperienza c’era Trapattoni in panchina. Che tipo di rapporto avevate?
Toni è una persona straordinaria, mi ha aiutato molto. Però ci ho anche litigato di brutto diverse volte. Una volta mi aveva fatto davvero arrabbiare e l’ho attaccato al muro. Io sono una persona molto schietta e sincera. Il sabato sera, durante il ritiro, mi aveva praticamente escluso dalla partita successiva con una scusa, per far rientrare un altro giocatore. Il giorno dopo, quando ha dato la formazione lasciandomi fuori con una motivazione che non era corretta, l’ho chiamato davanti a tutti e gli ho fatto fare una figuraccia. Detto questo, era una persona con cui potevi discutere e che ti preparava molto bene. In allenamento non mi sono mai risparmiato. Non so se fosse un grande allenatore in assoluto, ma in quel periodo aveva sicuramente una grande squadra e lui era riuscito ad amalgamare bene certi giocatori che non andavano troppo d’accordo. Alla fine l’intento comune era vincere e in campo correvi anche per il tuo compagno.
Come funzionavano i contratti alla Juventus?
Alla Juventus, quando firmavi il contratto, ti davano una pipa di tabacco. Ma non solo a me, che ero un ragazzino, ma anche ai giocatori più importanti. Però i premi partita erano altissimi. Io prendevo 12 milioni di lire lordi di ingaggio e il premio partita era di un milione e mezzo a punto. Ricordo che prima di un derby col Torino, Boniperti, il presidente, entrò negli spogliatoi e disse: «Oggi, a vincere, premio quadruplo». Quello equivaleva praticamente al mio ingaggio di un anno intero. Figurati se non vincevi la partita.


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