Sara Simeoni, un oro che continua a brillare

di Rosa di Cagno | 3 Febbraio 2026

Le Olimpiadi iniziano sempre prima dell’inaugurazione. Iniziano quando una fiamma si accende e comincia a viaggiare, attraversando luoghi e persone, portando con sé una memoria che non appartiene ad un solo tempo. Un tempo il fuoco segnava l’inizio di un rito. Oggi è soprattutto un gesto di continuità: passa di mano in mano, di generazione in generazione, e ricorda che lo sport è fatto di persone prima ancora che di record. Ogni tedoforo aggiunge un frammento di senso a quella fiamma, la carica della propria esperienza, del proprio percorso, di ciò che ha lasciato e di ciò che resta. Quando il fuoco olimpico è passato da Verona, domenica 18 gennaio, a portarlo è stata anche (e soprattutto) Sara Simeoni. Un nome che appartiene alla storia dello sport italiano, ma che continua a parlare al presente. Nata a Rivoli Veronese e cresciuta a Verona, Simeoni ha segnato un’epoca con il suo salto in alto, culminato nell’oro olimpico di Mosca 1980, conquistato al termine di una carriera fatta di talento, determinazione e scelte controcorrente. Oggi quella stessa atleta, che un tempo ha cercato l’altezza massima con il proprio corpo, cammina portando una fiamma che non è più competizione, ma testimonianza. Un simbolo che unisce il passato olimpico dell’Italia al futuro che Milano-Cortina si prepara ad accogliere.

Che cosa ha rappresentato per te l’atletica e il salto in alto nella tua vita?

L’atletica è stata una scuola di vita. Il salto in alto mi ha insegnato a confrontarmi con i miei limiti, a cadere e a rialzarmi. Nulla è mai arrivato per caso: ogni risultato è stato il frutto di lavoro, costanza e tanta passione. È uno sport che ti mette davanti a te stessa, prima ancora che agli avversari.

L’oro olimpico di Mosca 1980 è rimasto nella memoria collettiva. Che ricordo hai di quel momento?

È stato il punto più alto della mia carriera, non solo dal punto di vista sportivo. Arrivava dopo anni difficili, di infortuni e di sacrifici. In quel salto c’erano tutte le rinunce, le paure e la determinazione di non mollare. È un’emozione che porto con me ancora oggi.

Domenica 18 gennaio sei stata tedofora a Verona. Che significato ha avuto per te portare la fiamma olimpica nella tua città?

È stato un momento profondamente emozionante. Portare la torcia olimpica a Verona, davanti alla mia gente, è stato come chiudere un cerchio. La fiamma rappresenta continuità, passaggio di valori, speranza. È un simbolo potentissimo, soprattutto per le nuove generazioni.

Si dice spesso che vivere le Olimpiadi “in casa” sia qualcosa di speciale. Tu non hai mai avuto questa possibilità: ti sarebbe piaciuto?

Sì, moltissimo. Gareggiare in casa significa sentire che tutto il pubblico è con te, che ogni salto, ogni gesto è condiviso. È come vivere un traguardo importante circondata dall’affetto della propria famiglia. Credo che per gli atleti italiani Milano-Cortina 2026 sarà un’esperienza unica.

Oggi più che mai si parla del valore delle Olimpiadi come momento di dialogo tra i popoli. Che ruolo può avere lo sport in questo senso?

Le Olimpiadi nascono proprio come spazio di dialogo e di pace, e oggi ne abbiamo estremo bisogno. Lo sport ci insegna il rispetto dell’altro, l’impegno, la convivenza delle differenze. Sono valori incompatibili con la guerra. Ogni atleta che entra in uno stadio olimpico porta con sé un messaggio che va oltre la competizione: quello di un mondo che può incontrarsi senza scontrarsi.