L’amore malato: le risposte di Verona alla violenza contro le donne
di Redazione | 14 Ottobre 2013di Camilla Pisani
Non è questione di disinformazione. Di violenza di genere se ne parla tanto e spesso. È diventato un triste rito, ormai quasi quotidiano, aprire il giornale e leggere la notizia di un’altra donna, moglie, madre o fidanzata, uccisa per mano di uomo, uno sconosciuto o, come accade nella maggioranza dei casi, dal proprio marito o compagno. E il paradosso è che esiste, in questa consuetudine, una sorta di assuefazione a nomi e volti che, giorno dopo giorno, si sovrappongono l’uno con l’altro diventando un’abitudine. Un uomo che ammazza la propria donna non è più un fatto di cronaca “eccezionale”, e dunque al di fuori dalla norma, ma entra nell’ordinario. Lo stesso contesto diventa un luogo a noi conosciuto, perché simile al nostro.
Colpisce con durezza il fatto che non si tratti di persone che vivono in ristrettezze economiche, né in ambiti culturali arretrati. Sia le vittime che i carnefici sono spesso persone affermate e stimate all’interno della propria cerchia di amicizie e conoscenze. Arriva, dunque, schietta la domanda: come mai una donna istruita, informata e indipendente, accetta di stare accanto ad un uomo che ogni giorno la deruba di qualcosa: della propria incolumità, tranquillità, dignità? L’avvocato Sara Gini, Presidente di Telefono Rosa Verona, trae spiegazione di questo comportamento nella mancanza di autostima che una donna, se anche realizzata a livello professionale, ritrova nella propria sfera privata e sentimentale, la più fragile. «L’aver vissuto in una famiglia in cui si sono verificati episodi di violenza, o in cui si è stati soffocati dai propri genitori, influenza la persona per tutto il resto della vita, minandone ogni sicurezza» ha affermato l’avvocato. «Ciò accade perché in queste condizioni diventa problematica la formazione di un’identità e di una personalità forte ed autonoma». È per questo che Telefono Rosa Verona, ONLUS che offre consulenza legale e psicologica gratuita alle donne maltrattate, opera molto sulla formazione nelle scuole, organizzando incontri e dibattiti con i più giovani. L’Associazione si avvale spesso della collaborazione del Comune di Verona, impegnato su diversi fronti perché la città si attrezzi con strutture che diano sostegno immediato alle donne violate.
È Antonia Pavesi, consigliere con delega ai Servizi Sociali, a parlare di Petra, il Centro Antiviolenza promosso dall’Assessorato alle Pari Opportunità, in cui operano psicologhe professioniste, e del più recente progetto C.L.A.R.A., partito lo scorso gennaio proprio in partnernariato con il Telefono Rosa, che intende aumentare la copertura dei servizi dedicati introducendo la novità di uno sportello di ascolto e presa a carico di uomini maltrattanti. La stessa Pavesi promuove tutto l’anno campagne di sensibilizzazione caratterizzate da uno stretto legame con l’arte, come mostre, reading, rappresentazioni teatrali, installazioni e concorsi fotografici. Ha scelto questo stumento perchè, come afferma: «Il problema è culturale e come tale va combattuto. L’uomo di oggi si trova in grande difficoltà. Deve riacquistare una sicurezza che ha perso quando la donna ha cominciato ad essere indipendente dal punto di vista economico ma anche sociale, accettare che in questa nuova epoca maschi e femmine si trovino su un piano egualitario e ritrovare una propria identità a partire da questa consapevolezza».
Da queste parole emerge con chiarezza come l’abitudine maschile alla violenza si intrecci ad un problema che ha radici profonde, e che deriva dal non riuscire ad adeguarsi al cambiamento di ruolo subito dall’uomo negli ultimi decenni. Il potere della figura maschile su quella femminile è sempre stato insindacabile, soprattutto in un paese come l’Italia dove vige il culto della famiglia e dove la realizzazione personale sembra dover passare ad ogni costo dal matrimonio, da mantenere unito ad ogni costo. Anche a quello della vita.


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