Piero Ceruti: «Il glaucoma in famiglia? Il rischio sale fino a cinque volte»
di Claudio Capitini | 15 Aprile 2026Il glaucoma è una malattia cronica e degenerativa del nervo ottico, spesso causata da un aumento della pressione intraoculare, che può portare a danni permanenti alla vista fino alla cecità se non trattata. In Italia sono circa 800.000 le persone coinvolte dopo i quarant’anni, con una prevalenza del 2,5% nella popolazione adulta. Ospite di Verona Salute, su Radio Adige TV, Piero Ceruti, direttore dell’Unità Operativa di Oculistica dell’Azienda Socio Sanitaria Territoriale di Mantova – Ospedale Poma, già direttore dell’Oculistica degli ospedali di San Bonifacio e Legnago dell’ULSS 9 Scaligera, ha spiegato con chiarezza cos’è il glaucoma, come riconoscerlo e come affrontarlo.
Quali sono i sintomi più comuni del glaucoma?
Nella stragrande maggioranza dei casi il glaucoma non dà sintomi. Quando il paziente inizia a percepire una limitazione visiva, la malattia è spesso già molto progredita e presente da anni, in certi casi da decenni. Solo in una minoranza di forme – quelle legate a una chiusura d’angolo improvvisa con un innalzamento rapido e importante della pressione – compaiono sintomi acuti come dolore agli occhi, arrossamento e visione offuscata, che spingono il paziente al pronto soccorso. Nella maggior parte dei casi, invece, la diagnosi avviene per caso: durante una visita oculistica fatta, ad esempio, per rinnovare un occhiale.
Quale fascia d’età è maggiormente colpita da questa malattia?
Non esiste un’età precisa. Il glaucoma è più frequente dopo i 50 anni, ma può essere congenito – con un’incidenza di circa un caso ogni 20.000 nati – oppure comparire in età giovanile, tra i 6 e i 30 anni. Molto spesso, per chi non ha mai avuto disturbi visivi, il primo contatto con l’oculista coincide con la comparsa della presbiopia, tra i 40 e i 50 anni: un momento che può diventare prezioso anche per un primo controllo della pressione intraoculare.
Il glaucoma è davvero causato dalla pressione oculare alta?
La pressione intraoculare è il fattore di rischio più noto e più facilmente modificabile, ma il rapporto non è così diretto come si potrebbe pensare. I valori considerati normali si collocano tra i 10 e i 20 millimetri di mercurio, ma esistono persone con 25 mm che non svilupperanno mai il glaucoma, e persone con 12 mm che presentano invece una forma avanzata e grave della malattia. Una pressione leggermente elevata, da sola, non è sufficiente per fare diagnosi: occorre verificare la presenza di un danno anatomico al nervo ottico e di un danno funzionale. Avere apprensione per un valore di poco superiore alla norma, dunque, non è necessario: servono esami specifici per la conferma.
Che cos’è il campo visivo e perché è così importante?
Il campo visivo esprime la capacità dell’occhio di percepire lo spazio circostante fissando un punto all’infinito. Nel glaucoma, le fibre nervose che trasmettono l’informazione luminosa tra l’occhio e il cervello, quando si danneggiano, producono deficit che hanno una distribuzione precisa e riconoscibile. L‘esame campimetrico – oggi eseguito in modo automatizzato – permette di stabilire se c’è un danno, dove si trova e come evolve nel tempo. È uno strumento fondamentale sia per una diagnosi precoce sia per seguire nel tempo chi ha già ricevuto la diagnosi, valutando se la terapia in corso sia sufficiente o se sia necessario intervenire in modo diverso.
Ci sono fattori di rischio o una componente ereditaria?
Il glaucoma assomiglia, per certi aspetti, alle malattie cardiovascolari e al diabete: avere un familiare con la malattia aumenta il rischio di quattro o cinque volte. L’ereditarietà non segue però regole fisse: la malattia può saltare generazioni, e ci sono famiglie in cui compare in modo isolato su cinque generazioni. Oltre alla familiarità, concorrono altri fattori di rischio su cui non è possibile intervenire, come l’età avanzata, l’etnia – con una maggiore prevalenza negli afroamericani – lo spessore della cornea e la miopia. Sapere di avere un familiare che ha sviluppato la malattia o che ha perso la vista deve essere un segnale sufficiente per sottoporsi a controlli.
Si può guarire dal glaucoma? Come si cura?
Dal glaucoma non si guarisce: essendo una malattia degenerativa cronica del nervo ottico, i danni prodotti sono irreversibili. Si può però curare efficacemente, intervenendo sul fattore di rischio più modificabile, cioè la pressione intraoculare. Il percorso terapeutico parte dalla terapia medica, con farmaci che riducono la produzione del liquido interno all’occhio o ne favoriscono il drenaggio. Quando questa non è sufficiente si ricorre alla chirurgia, che può essere tradizionale – con interventi più estesi – oppure mini-invasiva, grazie a dispositivi miniaturizzati che creano una derivazione del liquido con tagli molto più piccoli e tempi di recupero più rapidi. Quest’ultima opzione è oggi sempre più indicata, soprattutto per pazienti giovani con una lunga aspettativa di vita, nei quali è preferibile partire con interventi meno invasivi.
In che modo è possibile intervenire efficacemente nella prevenzione del glaucoma?
Il primo passo è ascoltare la propria storia familiare: se in famiglia ci sono persone che hanno perso la vista o sviluppato patologie oculari, è opportuno sottoporsi a controlli specifici. Il secondo è cogliere l’occasione giusta: la comparsa della presbiopia, tra i 45 e i 50 anni, è il momento ideale per una visita oculistica completa, che includa anche la misurazione della pressione intraoculare – un parametro che non può essere valutato autonomamente, né con l’acquisto fai da te di un occhiale da lettura. Prevenire, come in molte patologie croniche, resta la strategia più efficace.


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