Lorenzo Fortunato e Marco Ghiotto: «Un’idea degli anni Cinquanta per il nucleare»
di Claudio Capitini | 10 Aprile 2026Una ricerca nata dalle tesi di laurea di alcuni studenti, ispirata a documenti secretati durante la Guerra Fredda e rimasti nel dimenticatoio per decenni. È questa la storia che ha portato un team dell’Università di Padova a riesaminare un vecchio concetto di fusione nucleare risalente agli anni Cinquanta, aprendo prospettive inedite per la produzione di energia pulita e sicura. Ospite di Verona Salute, su Radio Adige TV, il professor Lorenzo Fortunato, docente presso il Dipartimento di Fisica e Astronomia “Galileo Galilei” dell’Università di Padova e membro dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, ha raccontato la scoperta insieme al dottor Marco Ghiotto, giovane ricercatore dello stesso dipartimento.
Da dove nasce l’idea di rispolverare un concetto degli anni Cinquanta?
Lorenzo Fortunato: queste idee nascono nell’immediato dopoguerra e vengono studiate a fondo dai ricercatori del laboratorio americano di Oak Ridge, in Tennessee. Non venivano però pubblicate, per via della segretezza imposta dalla Guerra Fredda. Desecretati negli anni Novanta, quei documenti sono rimasti a lungo inosservati. Leggendoli qualche anno fa, mi sono accorto che c’era ancora molto da fare, e da lì è nata la volontà di riprendere tutto il lavoro.
Cos’è il plasma e perché è così complicato da utilizzare?
Marco Ghiotto: il plasma è un gas riscaldato a temperature elevatissime – anche milioni di gradi – in cui le cariche positive e negative degli atomi si separano. È considerato il quarto stato della materia, ma non è qualcosa di estraneo alla vita quotidiana: i tubi al neon che illuminano una stanza contengono plasma. Il problema è che confinarlo in un reattore, attraverso intensi campi magnetici, rappresenta una sfida ingegneristica enorme. La nostra idea va in una direzione alternativa, che non richiede questo tipo di confinamento.
Come funziona concretamente la vostra proposta?
L. F.: L’idea è di usare fasci di neutroni per innescare reazioni nucleari in cristalli di litio e deuterio. Il neutrone colpisce il nucleo di litio, lo spezza e produce una particella alfa -sostanzialmente un nucleo di elio, del tutto innocuo – e del trizio. Questo trizio si fonde con un altro nucleo, liberando energia termica e un neutrone che rientra nel ciclo. Il litio è un materiale abbondante ed economico, e le reazioni non producono scorie radioattive.
Perché questa tecnologia sarebbe più sicura rispetto alla fissione tradizionale?
L. F.: Nelle centrali a fissione esiste il rischio di una reazione a catena incontrollata, come accaduto a Chernobyl. In questo tipo di reazioni, invece, un neutrone entra e un neutrone esce: non c’è moltiplicazione, non c’è rischio di esplosione. I neutroni che eventualmente sfuggono dalla parte esterna possono essere schermati con materiali ben noti – grafite, berillio, persino acqua – con uno spessore di pochi centimetri. È una tecnologia consolidata, già utilizzata negli ospedali per schermare i raggi X.
Quali applicazioni concrete potrebbe avere e in che tempi?
L. F. : Il nucleare ha il grande vantaggio di essere molto più concentrato dell’energia chimica che otteniamo dalla combustione degli idrocarburi, e non produce anidride carbonica. La Francia produce circa il 60% della sua energia da fonte nucleare, ed è l’unico settore in cui non ha problemi di approvvigionamento.
M.G. : Il nostro è ancora uno studio teorico. Bisogna convincere i laboratori sperimentali a testare queste reazioni con le grandi macchine acceleratrici, e solo dopo si potrà pensare a un’applicazione tecnologica. I tempi della scienza sono lunghi, ma i risultati cambiano il mondo.
C’è un interesse crescente dei giovani verso il nucleare?
L. F.: Assolutamente sì. I sondaggi mostrano un’apertura crescente nella fascia 18-34 anni, e aumentano anche gli iscritti ai corsi di ingegneria nucleare. Una maggiore alfabetizzazione scientifica fa sì che più persone vengano esposte a informazioni corrette su quanto si può ricavare da queste reazioni e su quanto siano realmente pericolose le radiazioni. L’Italia ha perso quarant’anni a causa del referendum degli anni Ottanta, senza aver compreso appieno tutte le sfaccettature del nucleare. La Francia, invece, quell’occasione non l’ha persa.


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