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Monica Consolini: il giro del mondo una pedalata (e un sorriso) alla volta

di Davide Lonardi | 3 Marzo 2026

La prima cosa che ti colpisce di Monica è il suo sorriso. In ogni foto, in ogni video, in ogni racconto. Ed è con quello stesso sorriso che la immagino parlare al ragazzo canadese che le ha offerto riparo in un giorno di pioggia. O alla famiglia cilena che l’ha invitata a mangiare empanadas e asado. O ancora al signore che, in Kazakistan, le ha permesso di montare la tenda nel suo giardino. Sono queste le storie che dissemina qua e là mentre, con naturalezza, mi parla del giro del mondo in bici che ha concluso da poco. Il suo progetto si chiama Ridesmiles e nasce per raccontare il mondo attraverso le voci delle persone incontrate lungo la strada. È con questa idea che Monica è partita il 14 gennaio 2024 dalla sua Lazise, condividendo sui profili social di Ridesmiles ogni avventura che ha vissuto lungo i 31.000 km percorsi e nei 25 Paesi attraversati. Un viaggio a bordo della sua “Papasia”, la bici che l’ha accompagnata dai Balcani all’Asia, dal Nord al Sud America, fino al ritorno in Europa attraverso Portogallo e Spagna. Sempre armata di quel sorriso potente. Lo stesso che aveva quando è rientrata a casa, lo scorso 17 gennaio.

Il giro del mondo in bici, un’impresa titanica. Come ti è venuta l’idea?
È nata quasi per caso, durante il mio primo viaggio in bici fino a Innsbruck. All’inizio mi sembrava impossibile arrivare fin lì pedalando. Poi ho capito che 60 – 80 chilometri al giorno, una tappa alla volta, ti portano ovunque. Anche a fare il giro del mondo. Da lì è nato tutto. Quando ho compiuto 30 anni, nel 2021, mi sono promessa che sarei partita entro cinque anni. Anche se questo avesse significato lasciare il mio lavoro da ingegnere energetico o quello da guida ambientale. Poi ho parlato con cicloviaggiatori come Dino Lanzaretti e Lorenzo Barone, famosi per spedizioni estreme, e mi hanno detto: “Se te la senti di partire, parti. Non aspettare.” Così, a gennaio 2024, sono partita.

Perché proprio la bici?
Viaggiare in bici è un po’ come viaggiare con lo zaino in spalla. Sei indifeso: se piove sei sotto l’acqua, se c’è il sole sei sotto il sole. Le persone capiscono che non sei un pericolo. Come potresti esserlo, con quattro borse con dentro due vestiti e un po’ di cibo? Questa vulnerabilità crea fiducia e così ti aprono le porte, si fermano a parlare.

Come si chiama la tua bici?
Papasia. Cercavo un nome che richiamasse lentezza e tranquillità. Pensavo a “Camomilla”, ma non suonava bene. Poi, in Turchia, una famiglia che mi ospitava mi racconta che il bar sotto casa loro si chiamava “Loresima”, che significa proprio camomilla. Ho pensato: perfetto. Nella mia testa però quel nome è diventato Papasia. Quando mi sono accorta che avevo sbagliato, ormai mi piaceva. E così è rimasto.

Perché hai scelto di chiamare il progetto Ridesmiles invece del tuo nome?
Il nome doveva rappresentare il progetto, non me. È un gioco di parole tra Rides miles – “pedala miglia” – e Ride smiles – “pedala sorrisi”. Un viaggio fatto sì di chilometri e fatica, ma soprattutto di incontri. L’idea era raccontare e condividere quegli incontri per far nascere qualche dubbio: forse la nostra visione su un popolo o una cultura è parziale, stereotipata. Spingere ad approfondire, a non fermarsi ai pregiudizi. Per questo non volevo che fosse “il giro del mondo di Monica”. Io ero solo il mezzo per raccontare qualcos’altro.

Come ti sei preparata?
In realtà la preparazione è stata soprattutto logistica. Ho dovuto reperire il materiale, mettere da parte i soldi, organizzare il viaggio, affittare casa. È stato un progetto autofinanziato, a parte alcuni materiali forniti dagli sponsor. Dal punto di vista fisico, invece, non mi sono preparata in modo specifico. Lavorando come guida ambientale in bici, di fatto mi allenavo andando al lavoro.

Ci sono stati momenti difficili?
Sì, soprattutto due. In Mongolia ho avuto una polmonite seria che mi ha fermata quasi un mese, mettendo a rischio il viaggio. La parte più dura è stata trovarmi sola, senza parlare la lingua e con un sistema sanitario molto limitato. In Perù invece sono caduta a causa di un cavo elettrico sull’asfalto: mi sono fratturata il polso e ho perso un dente. In quel caso ho potuto contare sull’Operazione Mato Grosso, che mi ha portata a Lima e mi ha ospitato per 40 giorni per recuperare. Sono stati momenti difficili, ma non ho mai pensato di tornare indietro. Anzi, la mia paura più grande era proprio non riuscire a completare il viaggio.

Dal punto di vista pratico, come si sopravvive tutti i giorni?
È un modo di vivere molto essenziale e bisogna imparare in fretta ad adattarsi. Ogni volta che entri in un Paese cambia tutto: lingua, gesti, moneta, cibo. Per me il segnale che mi ero adattata era riuscire a entrare in un supermercato e capire cosa comprare. Significava aver capito come vivono, cosa mangiano. Anche per lavarsi dipendeva molto da dove mi trovavo. Cercavo di fermarmi ogni cinque giorni in un ostello o tramite Warmshowers. Ma dove non c’era nulla la soluzione erano fiumi e laghetti, se possibile. Altrimenti utilizzavo un guanto con un po’ d’acqua e sapone.

Ti sentivi mai sola?
No, in realtà no. Hai talmente tante cose da fare che la sera sei stanca e non ci pensi nemmeno. Sapevo di avere la mia famiglia e i miei amici a sostenermi. Mia sorella Stefania è stata fondamentale. Poi c’era il campo base, il gruppo di amici che ha reso possibile il progetto: Silvia, Nicola e Francesco per la parte video e soprattutto Arianna, che mi ha accompagnata anche sul piano emotivo. L’unico momento di malinconia era quando qualcuno veniva a trovarmi e poi ripartiva.

E adesso?
Non so ancora cosa farò, ma so cosa non voglio più fare. Non voglio tornare chiusa in un ufficio: sono ingegnere, ma se posso scegliere non torno a farlo. Non voglio più correre per fare dieci cose al giorno. Preferisco farne una, ma farla bene. Tenermi il tempo e vivere in modo più essenziale.

Prossimo viaggio?
Ho diverse idee ma una è già abbastanza precisa. Non so ancora quando, ma di sicuro tornerò in Mongolia.