Valentina Zanella: «Così porto la “mia” commedia romantica nel cinema italiano»
di Giorgia Preti | 3 Aprile 2026Quando nella serie tv Boris Stanis La Rochelle (interpretato da Pietro Sermonti) accusava la produzione in cui lavorava di essere «molto italiana», significava solo una cosa: che era fatta male. A farlo ricredere su questo luogo comune ci potrebbe pensare lei, Valentina Zanella. Regista e sceneggiatrice veronese che, per K+Film, ha dato nuova linfa al cinema italiano di questi ultimi anni, sia in termini di scrittura che di regia. La sua ultima “fatica” è proprio un film di cui ha curato entrambi gli aspetti: Non è la Fine Del Mondo, tratto dal libro di Alessia Gazzola e in distribuzione al cinema dal 26 marzo. Una storia che, come ci ha confessato, è stata come un colpo di fulmine: «Dovevo farne qualcosa, così ho contattato Alessia e, da lì, è nato il progetto». Con Valentina abbiamo esplorato il passato, il presente e – in un certo senso – il futuro della sua carriera, tra sogni realizzati e altri ancora chiusi a chiave in un cassetto.
Come nasce il tuo percorso nel cinema?
È un mondo molto complesso. Da piccola divoravo riviste come “Ciak” e andavo tantissimo al cinema: era una passione. Dopo la laurea in Scienze politiche, che apparentemente non c’entrava nulla, ho fatto un master a Milano in discografia, dove ho iniziato a gestire eventi musicali, artisti e musicisti. Poi sono tornata a Verona e ho iniziato a lavorare in K+Film come account per i videoclip musicali. All’epoca si realizzavano videoclip con budget importanti, veri e propri cortometraggi. Successivamente ci siamo spostati verso video aziendali, spot pubblicitari e infine il cinema. Quando abbiamo avuto le spalle abbastanza larghe, abbiamo deciso di produrre un film nostro. Il primo è stato Finché c’è prosecco c’è speranza, ed è stato un grande successo. Da lì non ci siamo più fermati.
Hai avuto anche esperienze come location manager, ad esempio in “Letters to Juliet”. Com’è stato lavorare su una produzione internazionale?
È stata un’esperienza bellissima. La troupe era in gran parte americana. Lavorare su set così grandi, con più di 300 persone, significa avere una disciplina quasi militare: tutto è organizzato al minuto. Io seguivo la seconda unità, occupandomi spesso di albe e tramonti e delle controfigure degli attori principali, come quella di Amanda Seyfried. È stata un’esperienza fondamentale per capire quanto sia impegnativo questo lavoro e se davvero si è portati per farlo.
Negli ultimi anni ti sei distinta anche per i docufilm, come quelli su Zucchero e Milo Manara, entrambi candidati ai Nastri d’Argento. Che tipo di esperienza è raccontare questi “mostri sacri”?
È un grande privilegio. Dopo il documentario su Zucchero, con interviste a Sting, Brian May e Bono Vox, mi sono chiesta cosa potesse emozionarmi altrettanto. Quando è arrivata l’idea su Milo Manara ho capito subito che era il progetto giusto. Quando racconti questi artisti, scopri lati molto umani. Zucchero, ad esempio, ha parlato della sua depressione, cosa che non ti aspetteresti. Milo Manara invece è l’opposto: un uomo sereno, pacato, quasi zen. È stato come raccontare due mondi completamente diversi.
Come ti prepari a incontri così importanti?
Studio molto, leggo, mi preparo. E poi ascolto tantissimo. Voglio capire cosa c’è davvero dentro queste persone. Solo così riesci a raccontarle in modo autentico.
Parliamo del tuo nuovo film: “Non è la fine del mondo”, tratto dal romanzo di Alessia Gazzola. Com’è stato adattare una storia già scritta?
Ero già allenata, perché avevo lavorato alla sceneggiatura di un libro di Matteo Bussola. Con Alessia Gazzola abbiamo avuto un ottimo rapporto: lei ci ha lasciato libertà, ma ha seguito il lavoro come consulente. Abbiamo dovuto tagliare molto del romanzo per concentrarci sulla storia principale, ma siamo riusciti a restare fedeli al mood del libro. Ho letto il romanzo durante il Covid ed è stato un amore a prima lettura: ho capito subito che volevo farne un film, ispirato alle grandi commedie romantiche “alla Nora Ephron”.
Il cast è molto ricco. Come hai scelto gli attori?
Me lo sono “cucito addosso”. Non ho fatto provini: mi sono fidata delle mie sensazioni. Quando scrivo, visualizzo già i volti dei personaggi. Fotinì Peluso è arrivata come un colpo di fulmine: l’ho vista in un’intervista in cui diceva di voler recitare in una commedia e ho capito subito che era perfetta. Ci siamo incontrate e in mezza giornata è nato tutto.

La storia racconta una stagista nel mondo del cinema. Quanto c’è di autobiografico?
Molto. Racconta quello che ho vissuto alla sua età. Anche il mio co-sceneggiatore ha inserito esperienze personali. Spesso le cose più strane sono quelle più vere.
Qual è l’attore che ti ha colpito di più tra quelli con cui hai lavorato?
Paolo Rossi. È un grande attore che il cinema italiano non ha sfruttato abbastanza. In questo film mostra sia il lato ironico che quello drammatico.
E l’attore dei tuoi sogni, con cui vorresti lavorare un giorno?
Sean Penn.
Il film che avresti voluto firmare?
Lost in Translation. Lo guardo ogni volta che passa in TV, anche nel cuore della notte.
Il regista a cui ti ispiri di più?
Paolo Sorrentino. Ha una visione che va oltre il tempo e lo spazio.
Cosa rappresenta per te il mondo del cinema?
È un mondo di privilegiati, ma va vissuto con il sorriso.
Chiudiamo con una domanda che sorge spontanea: quanto c’è di vero nella rappresentazione del mondo del cinema vista nella serie tv “Boris”, con Francesco Pannofino?
Tutto. Gli sceneggiatori lì hanno avuto vita facile: è assolutamente realistico.


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