Claudio Zorzi - direttore Ortopedia e Traumatologia Sacro Cuore Don Calabria di Negrar

Claudio Zorzi: «Sofia Goggia? Abbiamo evitato l’intervento»

di Claudio Capitini | 18 Febbraio 2026

Le grandi vittorie e i gesti atletici più straordinari non nascono dal caso, ma sono il risultato di talento, disciplina e sacrificio quotidiano. Eppure, nello sport come nella vita, non tutto è nelle mani degli atleti. Gli infortuni, talvolta gravi, possono irrompere all’improvviso, interrompere una carriera e mettere a rischio sogni costruiti in anni di lavoro. È quanto ha rischiato Sofia Goggia prima delle Olimpiadi di Pechino 2022, quando un grave problema al ginocchio ha messo in dubbio la sua partecipazione. È stato l’intervento del professor Claudio Zorzi, direttore dell’Ortopedia e Traumatologia dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, che con un approccio innovativo tra clinica e tecnologia ha reso possibile un recupero incredibilmente rapido ed efficace. In questo modo, Sofia Goggia è riuscita non solo a tornare in gara, ma anche a conquistare una straordinaria medaglia d’argento. Ospite di Verona Salute su Radio Adige TV, Zorzi ha raccontato le innovazioni che stanno cambiando il volto dell’ortopedia moderna.

Come è stato possibile l’incredibile recupero di Sofia Goggia? 

Dalle risonanze si è capito che non era necessario intervenire chirurgicamente. Abbiamo applicato una tecnica ormai consolidata di medicina rigenerativa. È indicata nei quadri degenerativi e nei traumi che conservano una continuità del legamento o del muscolo. Stimolando la rigenerazione cellulare si possono ottenere risultati molto affidabili, evitando l’intervento anche in casi inizialmente considerati chirurgici.

Come funziona nel concreto la medicina rigenerativa e a chi si applica?

Si utilizza il sangue del paziente, che viene trattato per separarne i componenti. Si prelevano le cellule mesenchimali, che stimolano la rigenerazione dei tessuti, e una piccola quota di globuli bianchi con funzione antinfiammatoria. La tecnica si è affinata nel tempo ed è indicata nei giovani, ma anche nelle età più avanzate. Oggi, infatti, si pratica sport più a lungo ed è importante poter mantenere l’attività fisica nel tempo.

Quando scegliere la medicina rigenerativa e quando la protesi?

Se il danno interessa solo la cartilagine, la medicina rigenerativa può ridurre dolore e migliorare la funzione. Quando è coinvolto anche l’osso, la protesi diventa spesso necessaria. L’obiettivo, però, è privilegiare soluzioni conservative, riparazioni legamentose o del menisco, per preservare il ginocchio e rimandare l’intervento.

Uno sportivo può tornare a competere con una protesi?

Sì. Ci sono atlete tornate a sciare dopo una protesi monocompartimentale e Andy Murray, il famoso tennista,  è rientrato in campo dopo due interventi. Le protesi si sono evolute nei materiali e nelle tecniche, offrendo oggi risultati impensabili fino a pochi anni fa. Tuttavia, è fondamentale usarle al momento giusto: fare due o tre interventi di revisione fa decadere progressivamente il risultato. L’obiettivo è arrivare alla protesi quando è davvero necessaria, senza anticiparla.

Perché il ginocchio è così esposto agli infortuni?

È centrale in quasi tutti gli sport: corsa, salto, cambi di direzione. Per questo è frequentemente soggetto a lesioni, soprattutto ai legamenti. A differenza dell’anca, più colpita da patologie degenerative, il ginocchio è vulnerabile anche per la sua complessità: due articolazioni che devono lavorare in perfetta sintonia. Se l’equilibrio si altera, il rischio di infortunio aumenta.

Per l’anca, qual è oggi l’approccio chirurgico?

La chirurgia si è evoluta nei materiali e nelle tecniche. Oggi si preferiscono accessi meno invasivi, che non staccano i muscoli e rispettano l’articolazione. Il recupero è più rapido e più fisiologico. Negli sportivi, il trauma più frequente riguarda i ciclisti: una caduta laterale può causare fratture anche in età giovane.

Qual è oggi il ruolo della chirurgia robotica in ortopedia?

È un supporto di grande precisione, non una rivoluzione. Va utilizzato nei casi giusti e con esperienza. Infatti, può allungare i tempi operatori, con un possibile aumento del rischio infettivo. E resta un principio chiaro: prima si impara a operare senza robot, poi lo si integra nella pratica.

Come sta lavorando alla formazione della nuova generazione di ortopedici a Negrar?

Dalla mia formazione sono già usciti due primari e molti giovani stanno crescendo rapidamente. La nostra generazione ha costruito il percorso passo dopo passo, dai gessi alla chirurgia di precisione: agli inizi dell’endoscopia eravamo appena in quindici in tutta Italia. Oggi i giovani hanno una strada già tracciata e grande familiarità con le tecnologie. A Negrar sono cresciuti professionisti di grande livello: mi farei operare da loro senza esitazione.