Bortolo Mutti: «Quando un giocatore non esulta dopo un gol, io mi incazzo»
di Redazione | 7 Febbraio 2026Bortolo Mutti, bergamasco classe ‘54, è una figura simbolo del calcio di provincia italiano. Attaccante concreto prima, allenatore riservato ma diretto poi, ha attraversato decenni di calcio portando sempre con sé i valori della serietà, del lavoro di gruppo e dell’autenticità. Dalla gavetta al Palazzolo alle panchine di Verona, Piacenza, Messina, Palermo e Bari, Mutti ha incarnato la dimensione “operaia” del pallone, quella fatta di compattezza tattica, gruppi solidi e poca retorica. Ospite di Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, ha ripercorso la sua carriera, tra ricordi dell’Hellas, riflessioni e storie di spogliatoio.
Come è nata la sua carriera da allenatore?
Non è stata una scelta programmata. Ho smesso di giocare in quarta serie, a Palazzolo, e la squadra andava male. Mi dissero: “Dai, gestisci tu il finale di stagione”. Da lì ho iniziato piano piano. Poi arrivò come allenatore Battista “Titta” Rota, che aveva seri problemi alle anche e non riusciva a muoversi: subentrai io, ed è lì che ho cominciato davvero. Non mi sono più fermato per tanti anni. E quando ho smesso, è stata durissima.
Ora che ha smesso anche di allenare, cosa le manca di più del calcio giocato?
Il profumo del campo. L’odore dell’erba. Mi manca ancora: razionalmente te ne fai una ragione, ma quando arriva quel momento è triste. Finisce una parte della tua carriera, una parte di vita durata vent’anni, che ti ha dato tutto. Restare nell’ambiente aiuta, ma non è la stessa cosa. Lo spogliatoio è una famiglia, i compagni diventano casa. Quando smetti, ti manca soprattutto quella quotidianità, più ancora dello stadio la domenica.
Una cosa che insegnava sempre ai suoi giocatori?
Di essere veri, sempre. Per esempio odiavo chi non esultava contro l’ex squadra: mi sembrava una ruffianata. Se uno segna e non esulta, io mi arrabbio. Il gol è gioia, è il frutto del lavoro tuo e dei compagni, non una posa. Non esultare è una scena finta, dentro comunque rosichi. Devi gioire, altrimenti fai il pagliaccio. Anche quelle cose contano.
Cosa pensa del calcio di oggi?
Un tempo si giocava in un certo modo, senza troppe etichette. Oggi c’è una modulistica che non si capisce più, sembra di parlare di un prefisso telefonico. Poi il VAR, i nuovi nomi dei ruoli, l’arbitro che diventa “direttore di gara”. Il vero spirito del calcio sta nella genuinità dei racconti di una volta. Se quella non c’è più, si perde anche il gusto di questo sport.
Cosa ricorda dell’esperienza come allenatore del Hellas Verona?
Sono arrivato a Verona tra molto scetticismo: il club veniva da un’annata difficile ed era una fase di rinnovamento. Nardino Previdi, direttore sportivo, pensava fossi il volto giusto per provarci. Abbiamo allestito una squadra di ragazzi quell’anno. Abbiamo comprato Fattori, poi Manetti, Surba. Di veterani erano rimasti in pochi, Lunini, Gregori, Ficcadenti. Gli altri avevano vent’anni. Abbiamo fatto due stagioni di crescita e quella squadra, al terzo anno, andò in Serie A. Di quell’esperienza sono davvero contento.
Lei ha allenato anche “Superpippo” Inzaghi a Verona. Com’era come giocatore?
Era giovanissimo, ha fatto solo un anno con me. Quel Verona era una banda di ragazzi. Ricordo la vittoria a Pescara dopo 31 mesi senza successi fuori casa: Inzaghi fece due gol straordinari. Aveva già allora una rapidità e un intuito fuori dal comune. Era una partita durissima dal punto di vista psicologico, ma la squadra mostrò maturità. Eravamo un gruppo vero.
Quanto conta lo spogliatoio per un allenatore?
Conta tutto. È il cuore della squadra: se crolla quello, crolla tutto. Servono regole, rispetto, uguaglianza, serietà. Quando mancano, non vai da nessuna parte. Ho sempre cercato gruppi compatti, dove ognuno conosceva il proprio ruolo e il valore del lavoro comune.
Ha qualche rimpianto della sua carriera?
No, non grandi. Mi hanno rimproverato di essere “poco istituzionale”, ma io mi considero una persona libera, poco incline ai compromessi e alle formalità di facciata.


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