Eraldo Pecci «Pelé mi disse: “ciao collega”. Io collega di Pelé? C’è un errore»
di Redazione | 11 Novembre 2025Eraldo Pecci è stato uno dei centrocampisti più eleganti e intelligenti del calcio italiano. Nato a San Giovanni in Marignano nel 1955, ha legato il suo nome a squadre come Bologna, Torino, Fiorentina e Napoli, dove ha condiviso lo spogliatoio con campioni del calibro di Diego Armando Maradona. Regista di grande visione di gioco, con il Torino vinse lo scudetto del 1976, diventando un simbolo di equilibrio e personalità in mezzo al campo. Dopo il ritiro, Pecci ha saputo reinventarsi come commentatore e opinionista televisivo, distinguendosi per ironia, cultura sportiva e lucidità di analisi. Ospite di Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, ha ripercorso la sua carriera tra riflessioni, qualche rimpianto e vecchie storie di spogliatoio: “Tu pensa che quando ho iniziato io e giocavo contro Rivera, Mazzola, Boninsegna, gli davo del lei.”
Eraldo Pecci è ancora emozionato al ricordo.
Per me erano delle figurine, ci giocavo da bambino, mai mi sarei immaginato di incontrarli sul campo.
Gli scappa la battuta, come sempre.
Poi ho capito che ero diventato un calciatore vero quando sentii un bambino che, per avere la figurina di Pecci, era disposto a dare in cambio un Rivera e un Boninsegna…
In realtà, Pecci è sempre rimasto Pecci.
La vita è così, non puoi cambiare solo perché hai la fortuna di saper giocare a calcio un po’ meglio degli altri. Devi sentirti un privilegiato per fare un lavoro che in realtà è un gioco e pure ti pagano per divertirti. Per questo non capisco gli eccessi, chi si prende troppo sul serio.
Per questo, osserva.
Mi piacciono i campioni che restano con i piedi per terra. E ricordatevi bene: i più grandi sono sempre anche i più disponibili. Mi ricordo una volta, andammo negli Stati Uniti, a fine stagione. Giocammo contro Pelé, figuratevi come potevo guardare Pelé. Pelé è il mito di generazioni intere. Quasi non avevo il coraggio di andargli vicino. Venne lui da me a stringermi la mano e a dirmi “ciao collega”. Io, collega di Pelé? Ma dai… io e lui abbiamo fatto sport diversi.
Inimitabile Pecci. Rimpianti?
No, neanche uno. Neanche aver trovato sulla mia strada la Juve che anche allora… regalava poco. Magari, senza la Juve avrei vinto qualcosa in più, ma io sto bene così. Quando hai dato tutto quello che puoi, devi essere in pace con te stesso, non ti devi rimproverare nulla.
Forse un rimpianto c’è.
La Nazionale. Ma non perché ho giocato solo 6, 7 partite. Rimpiango solo di aver chiesto a Bearzot di non convocarmi, per lasciarmi in panchina. Ho sbagliato, ma ero fatto così e dicevo le cose che pensavo. Gli dissi: “Mister, al posto mio chiami qualcun altro, per fare panchina. Avevo un rapporto splendido: lui era un grande allenatore e un grande uomo. Mi accontentò perché mi stimava, ma sbagliai io e questa non me la sono mai perdonata, almeno a livello umano».
Grande l’Eraldo. Coerente fino all’estremo.
Prima del mondiale di Spagna, Bearzot mi chiamò. “Vieni?”, mi chiese. Io gli risposi ancora di no, mi sembrava sbagliato cambiare idea… Rimasi a casa.
Poteva diventare campione del mondo anche lui.
Già, senza giocare, ma potevo vivere quell’avventura straordinaria.
Il rimpianto vero non è quello.
No, il rimpianto vero è aver deluso un grande uomo come Bearzot.


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