Marino Bartoletti

Marino Bartoletti: «Non so se è più difficile saper perdere o saper vincere»

di Redazione | 28 Marzo 2026

Marino Bartoletti è una delle voci più autorevoli e riconoscibili del giornalismo sportivo italiano. Inviato, direttore del Guerin Sportivo, co-ideatore di Quelli che il calcio con Fabio Fazio, commentatore Rai per Giro d’Italia, Mondiali e Olimpiadi: una carriera di oltre cinquant’anni che ha attraversato carta stampata, televisione, radio e – più di recente – la narrativa, con i romanzi della serie “degli dei” premiati in tutta Italia. Ospite di Raffaele Tomelleri a Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, Bartoletti ha parlato del rapporto profondo tra sport e musica, del ricordo di Marco Pantani e di cosa significa davvero essere campioni.

In che modo il Festival di Sanremo si intreccia con il mondo sportivo?

Per me Sanremo è come andare a Disneyland. Al di là delle critiche, delle tensioni, dell’agonismo. E quando qualcuno mi chiede perché mi piace la musica, la risposta è semplice: perché la musica e lo sport hanno tantissime cose in comune. Prevedono un talento, prevedono un allenamento, prevedono possibilmente una vittoria finale. E poi Sanremo è lo specchio di questo paese. Questo è il settantennale: copre praticamente tutta l’Italia repubblicana, l’Italia del dopoguerra.

C’è una canzone di Sanremo che secondo lei racchiude qualcosa di vero anche sullo sport?

Bisogna saper perdere, del ’67, cantata dai Rocks in coppia con Lucio Dalla  rappresenta metafora della vita. In quel caso parla d’amore, ma nello sport io non so se è più difficile saper perdere o saper vincere. Perché tante volte il vincitore crede che la vittoria sia qualcosa di concreto, invece a volte è un impostore. Fa meno male della sconfitta, certamente. Ma l’etica dello sport prevede anche la capacità di gestire una vittoria con educazione.

Marco Pantani è un nome che torna spesso nei suoi racconti. Che ricordo ha di lui?

Con Marco ho avuto un rapporto speciale, anche perché era romagnolo come me. La sua perdita è stata quella di un amico, oltre che di un campione capace di regalarci emozioni uniche. È morto per la sua fragilità, per ferite che non è mai riuscito a superare, lasciandoci il rimorso di non aver fatto abbastanza. Restano le sue imprese: quando correva e vinceva, l’Italia si fermava, proprio come era successo, anni prima, con Tomba nello sci.

Cosa accomuna l’impresa del Verona di Bagnoli con quella della Nazionale di Recalcati?

Bagnoli arrivò in un momento di rinnovamento per molte grandi squadre. Forse ci fu anche il sorteggio arbitrale – non lo sapremo mai – ma nacque un’alchimia straordinaria. Con un gruppo ristretto riuscì a ottenere risultati simili a quelli della Nazionale di Carlo ad Atene: stessa origine, stessa solidità, un mix di saggezza, talento e grande competenza tecnica. E, come Carlo, Bagnoli fu per i suoi giocatori un vero punto di riferimento, quasi un padre.