Il disastro di Marcinelle e la storia del veronese Giuseppe Corso
di Giorgia Preti | 8 Agosto 2025Erano le 8:10 dell’8 agosto 1956 quando nella miniera di carbone di Bois du Cazier, appena fuori dalla cittadina belga di Marcinelle, per un errore umano (un malinteso sui tempi di avvio degli ascensori), divampò un imponente incendio il cui fumo riempì tutti i condotti sotterranei uccidendo quasi tutti i minatori presenti. Se ne salvarono solo 13.
Dei 262 morti che si contarono alla fine, ben 136 erano italiani. Padri di famiglia, giovani uomini e non solo che erano migrati in Vallonia nell’immediato Dopoguerra, tra il 1946 e il 1956, per lavorare nelle miniere di carbone a seguito dell’accordo stretto tra l’Italia e il Belgio: ogni settimana l’Italia avrebbe inviato in Belgio 2mila uomini e, in cambio della forza lavoro, il Belgio avrebbe fornito alla nostra Penisola 200 chili di carbone al giorno per ogni minatore.
Tra gli italiani presenti (in tutto furono 140mila quelli che arrivarono in Belgio nel corso di dieci anni), c’era anche un giovane veronese: Giuseppe Corso. Originario del Chievo e reduce della Seconda Guerra Mondiale, Corso iniziò a lavorare nella miniera di Marcinelle nel 1946, dove trovò poi la morte in quella mattinata fatale. Oggi, in occasione di questa triste ricorrenza – che si è tramutata nella “Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo” -, Giuseppe Corso sarà ricordato a San Felice Extra, dove gli è stata intitolata una via nel 2006. Un momento di raccoglimento per la cittadinanza, l’amministrazione e la famiglia del minatore veronese che, sempre nel 2006, ha ricevuto la medaglia al valore civile alla memoria.

«Per quanto riguarda Giuseppe Corso, “lo zio Bepi” in famiglia – ci racconta il pronipote di Giuseppe Corso, Francesco Castioni – è stato uno dei reduci di molte campagne militari della Seconda Guerra Mondiale: ha combattuto in Albania, abbiamo delle sue foto a cavallo con la dicitura “Tirana” e purtroppo è stato catturato dai nazisti all’indomani dell’8 settembre. Curiosamente, ha condiviso il periodo di prigionia con suo fratello, Bruno, mio nonno (il papà di mia mamma). Al ritorno dalla guerra ha trovato un Paese devastato dai bombardamenti e ha ceduto alle lusinghe dell’accordo fra Italia e Belgio. Partì nel 1946 e 10 anni dopo, l’8 agosto del 1956, scese per l’ultima volta nelle viscere della terra. Una scintilla dovuta probabilmente al fraintendimento di un ordine fra due operai causò l’incendio di un tubo di olio ad alta pressione che si propagò alla struttura in legno dell’ascensore e causò una delle più grandi stragi di lavoratori italiani all’estero della storia. Sembra che un membro di una delle squadre di soccorso intervenute dopo la tragedia abbia comunicato lapidariamente “tutti cadaveri“. E parrebbe che allo zio, uno degli ultimi estratti dalla miniera, sia andata particolarmente male. L’8 agosto lo ricordiamo con una cerimonia da parte del Comune, una deposizione di una corona d’alloro, ed un piccolo rinfresco da parte della famiglia, ormai una tradizione, creata per ringraziare chiunque abbia partecipato al ricordo».

Oggi, il sito della miniera di Marcinelle fa parte del Patrimonio UNESCO dell’Umanità.


In Evidenza
Palio del Drappo Verde: Verona corre da 800 anni

Bortolo Mutti: «Quando un giocatore non esulta dopo un gol, io mi incazzo»

Andrea Bassi: «Per case anziani e Ipab serve una legge chiara»

Sabina Valbusa, una campionessa che insegna ancora a sognare

La moda olimpica di Milano Cortina 2026 tra stile, identità e cultura

Taglio del nastro a Villa Michela: una casa per l’autonomia di persone con disabilità

Gianfelice Facchetti: «Giacinto era un esempio, da giocatore e da padre»

Cani, gatti e baruffe in convivenza

Il dono di sangue promosso con uno scatto nel concorso FIDAS




