Giacomo Galanda: «L’errore alle Olimpiadi mi ha dato la forza per diventare un leader»
di Redazione | 11 Aprile 2026Giacomo “Gek” Galanda è uno dei volti più riconoscibili del basket azzurro tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila. Ala forte di 2,10 m dal tiro perimetrale raffinato – paragonato da Dan Peterson a Dirk Nowitzki per caratteristiche tecniche – ha vinto tre scudetti con tre club diversi (Varese, Fortitudo Bologna e Siena) e con la Nazionale ha collezionato 216 presenze, un oro europeo, due argenti e soprattutto l’argento olimpico di Atene 2004, dove fu inserito nel quintetto ideale del torneo. Ospite di Raffaele Tomelleri a Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, Galanda ha ripercorso i momenti più intensi della sua carriera: la dipendenza dalla vittoria, il tiro sbagliato che lo ha cambiato, e quella notte contro la Lituania che nessuno dimentica.
Che rapporto hai con la vittoria?
Una volta che vinci vuoi tornare a vincere, è come una droga, perché sai cosa vuol dire vincere, sai quanto è bello. E quindi in tutte le maniere cerchi di impegnarti, di dare il massimo, cerchi anche di insegnare agli altri. Il campione vero è quello che dimostra di essere campione anche l’anno dopo, perché tutti vogliono battere te che sei campione, e quindi devi ridimostrare e ricominciare da zero.
C’è un errore che hai portato con te più di tutti gli altri?
Sì. Ho sbagliato il tiro decisivo alle Olimpiadi del 2000, contro l’Australia. Eravamo una squadra veramente forte, avevamo preparato quell’Olimpiade in maniera clamorosa – tre mesi di preparazione – però in quella partita non avevo la fiducia del momento, non avevo giocato bene. E sbagliai quell’ultimo tiro. Dico molto spesso che quell’errore, quattro anni dopo, mi ha dato la forza per essere uno dei leader. Quella ferita non è rimasta una ferita: è diventata carburante.
Quando pensi all’argento di Atene, lo pensi come una medaglia vinta o come un oro perso?
La partita che tutti vorrebbero giocare è la finale olimpica, e quella ce la siamo guadagnata. Noi l’Argentina l’avevamo anche battuta nel girone, però avevamo dato tutto nella semifinale con la Lituania – forse la squadra più forte presente lì. Nella finale mancavano le energie, anche mentali, ma soprattutto nelle gambe: tiravi e t’andava corto, non ce la facevi. Sul momento la vivi come una partita persa. Poi ti rendi conto di quello che hai fatto: il miglior risultato di sempre della pallacanestro italiana. In quel momento non potevi dare di più. E quella è la vittoria vera.
Qual è la fotografia più bella che ti porti dietro?
La partita con la Lituania. La sera prima ero andato in televisione e m’avevano chiesto quale fosse la squadra che non avrei voluto incontrare. Ci siamo guardati, io e Charlie Recalcati, e abbiamo detto: la Lituania di domani. Erano forti, erano lì per vincere, stavano già pensando alla finale. Noi non avevamo mai segnato 100 punti: quella sera ne abbiamo segnati 100. Gianluca Basile non aveva giocato le Olimpiadi che tutti si aspettavano, e in quella partita è venuto fuori. Non abbiamo mollato un secondo. Però quella vittoria era il compimento di un viaggio molto lungo, iniziato almeno due anni prima, all’Europeo in Svezia: nel girone avevamo perso contro la Francia di 35 punti, e poi ci siamo ritrovati a giocarci la qualificazione olimpica proprio contro di loro. Eravamo spacciati. E invece l’abbiamo vinta. Da lì è partito tutto.
Qual è l’aspetto che più si rimpiange dopo il ritiro?
Non è la palestra, non è il parquet. È il fischio d’inizio. Quella sensazione lì – l’agonismo, l’adrenalina – solo la competizione vera te la può trasmettere. E poi manca la gioventù: quegli anni non tornano. Lo dico sempre ai ragazzi nei camp estivi: fate i sacrifici quando li potete fare, non buttate al vento le occasioni, perché il tempo passa e i treni passano.
Quali valori consideri fondamentali nel mondo dello sport?
Trovatemi una cosa per cui il vero sport sia negativo. Non esiste. Fa bene alla testa e al corpo, ti stimola, ti attiva, ti fa rispettare le regole, l’avversario, l’allenatore, gli arbitri. E poi è divertente. Le due regole sono sempre le stesse: sorriso sulle labbra e gambe piegate. Perché devi faticare, devi impegnarti, però ti devi divertire. Sennò non esiste.


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