Jana Karšaiová, raccontare la politica attraverso le relazioni
di Camilla Faccini | 7 Aprile 2026
È uscito a inizio marzo Io non parlo russo, secondo romanzo di Jana Karšaiová, scrittrice originaria di Bratislava ma veronese d’adozione. Nella nostra città l’autrice ha studiato e oggi lavora nel mondo del teatro. Il romanzo racconta una storia che attraversa confini geografici e familiari, identità politiche e memorie personali. Protagonista è Hana, che torna in Slovacchia per seguire le elezioni come inviata di una radio italiana e si trova immersa in un paese profondamente cambiato: la vittoria dei populisti, la radicalizzazione del fratello Martin, la scomparsa del nipote Tomáš e l’incontro con Levan, un rifugiato nascosto nella chata (casa rurale in lingua russa, NdR) di famiglia. Una vicenda che intreccia dimensione privata e trasformazioni politiche e che nasce da una riflessione più ampia sul significato delle frontiere, dell’appartenenza e della responsabilità individuale. Dopo l’esordio con Divorzio di velluto, Karšaiová torna a interrogare la storia recente dell’Europa centrale attraverso una narrazione che mette al centro relazioni, migrazione e memoria.
Jana, com’è nata questa storia? Era un’idea che aveva da tempo oppure è arrivata all’improvviso?
Avevo da tempo il desiderio di scrivere delle persone che si spostano, della migrazione, ma non riuscivo a capire da che parte affrontare questo tema. A un certo punto sono andata a Trieste, alla Casa dell’Amicizia della Comunità di Sant’Egidio, dove i volontari accolgono persone che arrivano dalla rotta balcanica. Ho raccolto molto materiale, ma ancora non avevo una storia. Poi, tornando da quel weekend, è morto mio padre. Queste due esperienze insieme hanno fatto esplodere qualcosa: da lì la storia ha iniziato a prendere forma. Nel frattempo stava cambiando anche la situazione politica in Slovacchia, con questo orientamento sempre più filorusso. Pian piano ho capito che quella era la direzione del romanzo.
Nel libro la politica entra nella vita privata in modo quasi inevitabile. Era importante raccontarla attraverso i legami familiari?
Per me il punto di partenza sono sempre le relazioni. Nessuno vive isolato, soprattutto oggi: siamo immersi in un ambiente pubblico, sociale e quindi anche politico. Credo che un’analisi della contemporaneità passi proprio attraverso le relazioni personali, che subiscono continuamente pressioni dall’ambiente in cui esistono. La politica fa parte della vita quotidiana e le relazioni ne sono un’immagine.
La famiglia è una società in miniatura?
Sì. In momenti particolarmente polarizzati, come oggi in Slovacchia, ma lo abbiamo visto anche durante il Covid, la politica entra direttamente nelle case. In realtà c’è sempre stata: diventa solo più evidente. Abbiamo tutti in mente un pranzo di famiglia che può finire male.
Hana ricorda molto il nome Jana. Quanto c’è di lei in questo personaggio?
Ovviamente la trama è rielaborata, ma il romanzo è volutamente molto aderente alla realtà che conosco e percepisco. In questo senso è una storia molto vicina a me. Hana è una figura di confine: mi interessava raccontare cosa significa vivere tra più appartenenze e guardare il proprio paese anche dall’esterno.
Nel romanzo torna spesso il tema della frontiera. Anche qui torna la sua esperienza personale?
Molto. Attraversare la frontiera per me è sempre stato un momento carico di ansia, legato a ricordi personali di abuso di potere. È una situazione in cui non mi sentivo al sicuro: avevo la sensazione di dover restare all’erta, di dovermi difendere da un possibile pericolo. Questa memoria è rimasta e naturalmente è entrata nel romanzo.
Quanto conta lo sguardo di chi torna nel proprio paese dopo aver vissuto altrove?
Conta moltissimo. Quando torni, vedi cose che prima non vedevi. Hai una distanza che ti permette di osservare meglio i cambiamenti, ma allo stesso tempo resti coinvolto emotivamente. Questo doppio sguardo è molto presente nel romanzo.
Il titolo del libro è una dichiarazione molto forte. Da dove nasce?
È una presa di posizione della protagonista, ma anche della generazione che rappresenta: quella nata dopo la caduta del regime socialista, dopo la caduta del muro di Berlino. È una generazione cresciuta dentro la costruzione della democrazia, anche se fragile, per cui l’idea di tornare indietro è inconcepibile. Si sentono completamente europei e non hanno esperienza diretta del regime, ma ne hanno una memoria trasmessa dalle famiglie. In questo senso il “russo” diventa un simbolo di sottomissione, qualcosa che va a intaccare la sovranità. Non parlare russo è il simbolo del desiderio di restare indipendenti.
Che relazione ha con la politica del suo Paese?
La mia cerchia è composta soprattutto da persone che oggi sono all’opposizione, anche perché parliamo spesso di persone che lavorano nella cultura, un settore molto sotto pressione in questo momento. Conosco comunque persone che hanno votato Fico (Primo Ministro slovacco, NdR) e mantengo alcuni contatti, anche se è più difficile: spesso si tratta di generazioni diverse. A volte non sono io a interrompere il dialogo, ma sono loro a farlo. Questo clima racconta bene il livello di polarizzazione che stiamo vivendo.
Cosa le piacerebbe restasse ai lettori dopo la lettura del suo romanzo?
Mi piacerebbe che passasse un messaggio di umanità. Si parla molto della dimensione politica filorussa o antieuropea, ma mentre scrivevo ero soprattutto concentrata sui personaggi e sul loro percorso dentro la storia. Vorrei che restasse l’idea che le persone vanno protette. Uso la Slovacchia come filtro, ma non sto raccontando qualcosa che riguarda solo quel paese. Mi interessa l’esperienza umana universale che c’è dentro questa storia.



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