Alessia Gazzola, storie tra pagine e schermo
di Camilla Faccini | 3 Aprile 2026Negli ultimi anni Verona è diventata più volte un set cinematografico, spesso per dar vita a personaggi e storie nate dalla penna di Alessia Gazzola. Medico legale di formazione e tra le autrici italiane più lette degli ultimi anni, ha raggiunto il grande pubblico con la serie di romanzi de L’Allieva, poi diventata una fiction di successo, e ha ampliato il proprio universo narrativo con cicli come Costanza e, più recentemente, Miss Bee. Oggi, mentre le sue storie continuano a muoversi tra pagina e schermo, Verona, che l’ha accolta dalla Sicilia, resta uno dei punti di riferimento più vivi della sua esperienza personale e creativa.
Alessia, come sei approdata al mondo della scrittura?
Ho sempre scritto, davvero da quando ho memoria. È sempre stato il mio modo per esprimermi: ancora oggi, se devo dire qualcosa di importante a una persona, la scrivo. La svolta è arrivata con la scrittura de L’Allieva: è stato il primo romanzo che ho provato a pubblicare. Quando l’ho finito ho capito che aveva qualcosa di diverso, qualcosa che mi sarebbe piaciuto trovare anche in libreria, da grande lettrice quale sono. Complice l’incoscienza della giovane età, avevo 26 o 27 anni, ho provato a pubblicarlo e in effetti ho trovato la mia strada. Da allora ho imparato molto sul campo: ho scritto venti libri, partecipato a masterclass, studiato e cercato di costruire sempre di più una mia identità.
All’inizio scrivevi quando eri ancora medico. Quando hai capito di dover fare una scelta?
Più che scegliere tra due lavori, ha inciso il fatto che in quegli anni le mie bambine fossero molto piccole. Quando vivevo in Sicilia avevo una rete familiare che mi aiutava e questo mi permetteva di conciliare scrittura e lavoro come medico legale. Poi è arrivato il trasferimento a Verona (per lavoro del marito, NdR). Ho provato a continuare anche qui, ma mi sono resa conto che non era sostenibile fare tutto insieme: rischiavo di fare male tutto. A quel punto era necessario fare una scelta.
Verona cosa ti ha dato come città, umanamente e narrativamente?
All’inizio conoscevo pochissime persone. La mia prima amica, e lo è tuttora, dopo oltre dieci anni, è stata una ragazza conosciuta quasi per caso, quando cercavo casa e la mia seconda figlia aveva appena un mese. È stato un gesto di accoglienza, un battesimo umano veronese che non ho dimenticato. Col tempo ho costruito una rete di amicizie molto preziosa e oggi sarebbe davvero difficile lasciare Verona. Dal punto di vista narrativo mi ha dato molto, ispirando la mia serie di libri con protagonista Costanza. Probabilmente non avrei ambientato una storia a Verona se non l’avessi conosciuta così da vicino.
Come vivi il passaggio dalla pagina allo schermo?
Con il tempo ho capito che non posso aspettarmi un’interpretazione filologica dei miei libri: la storia che volevo raccontare l’ho già raccontata sulla pagina. Quello che mi sta davvero a cuore è che resti l’atmosfera del mio immaginario. È successo anche con Non è la fine del mondo: non ho partecipato alla sceneggiatura, ma Valentina Zanella (regista) e Federico Fava (sceneggiatore) mi hanno coinvolta facendomi leggere le stesure. Ho cercato di non essere invadente: sono mestieri creativi diversi e bisogna mantenere un equilibrio. Per me la cosa fondamentale è ritrovarmi nello spirito del racconto, nei piccoli dettagli.
Le trasposizioni dividono il pubblico?
Nel tempo sì, un po’. Le mie lettrici spesso trovano le trasposizioni poco fedeli, mentre io sono diventata più elastica: mi incuriosisce vedere come viene rielaborato il materiale. Molti lettori vogliono ritrovare la storia esattamente come l’hanno immaginata. È comprensibile. In altri casi invece esiste un pubblico televisivo molto affezionato, soprattutto quello de L’Allieva, che non necessariamente ha fatto il passo verso i libri.
Su cosa stai lavorando adesso?
Sto scrivendo il quinto libro della serie di Miss Bee, ambientata nella Londra degli anni Venti. Attorno a questa serie si è creata una comunità molto affezionata: è qualcosa di particolare, una soddisfazione bellissima, anche se un po’ spaventosa: viene da chiedersi come ci si potrà disabituare a tutto questo affetto. Prima o poi, però, bisognerà andare avanti, chiudere la serie e sperimentare altre cose senza paura.
Nella tua narrativa tornano spesso protagoniste femminili in transizione. Come mai?
Non c’è una ragione precisa: è il tipo di storia che mi viene più naturale scrivere, pur declinandola ogni volta in formule diverse. Per il momento – ed è un momento che dura da quindici anni (ride, NdR) – è la direzione che continuo a seguire, anche se naturalmente è sempre possibile evolversi e cambiare interessi.


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