WeFootball: il calcio che dà speranza alle comunità africane
di Alice Martini | 2 Aprile 2026Lo sport come cardine dell’educazione: promosso da THE SMALL NOW APS, associazione internazionale no-profit finanziata, è tutta italiana l’idea di WeFootball, nata nel 2015 a sua volta come organizzazione no-profit che utilizza il calcio come strumento per migliorare le condizioni delle persone nel contesto africano. Dove? All’interno di piccoli centri, hub o Academy, al cui perno vive il campo da calcio.
«Il nostro mantra è utilizzare questa disciplina per cambiare il più possibile il mondo, a livello di educazione, sanità ed empowerment – spiega Michele Bianchi, padovano, council member e uno dei fondatori del progetto –. Io stesso sono stato calciatore e, in seguito ad un infortunio che mi ha reso consapevole di quanto quella vita, seppur redditizia, mi stesse trascinando fuori dai miei valori, ho ripreso gli studi e in particolare Cooperazione allo sviluppo. Dopo qualche tempo sono partito, forte della mia esperienza, per un progetto in Kenya e, tornato, mi sono unito al mio amico e socio Enrico, anche lui tornato da un viaggio in Ghana ed esperto in comunicazione e pubblicità. Da lì è nata l’idea e il progetto di WeFootball».
Prima tra tutte le regole è l’analisi del contesto territoriale, per un intervento più mirato possibile a seconda delle esigenze: «In base ai bisogni della comunità, decidiamo quale obiettivo raggiungere attraverso il calcio – prosegue -. Il campo dello sport come developement, che io amo molto e di cui mi occupo anche per altri progetti, è ancora poco conosciuto in Italia ma molto potente per raggiungere obiettivi sociali. Siamo un team giovane, con competenze verticali e sparsi un po’ il tutto mondo, tra cui anche coach ed educatori. La metodologia tecnica e tattica è la stessa che proporremo qui in Italia e si basa proprio sulla formazione e sull’educazione, in cooperazione».


I progetti
«Siamo in quattro paesi, che han ciascuno le loro peculiarità. In Kenya lavoriamo molto sull’educazione, in un network di venti scuole in Zambia sull’employability, a Zanzibar sul gender equality e nell’attenzione ai problemi femminili e in Guinea sul protagonismo giovanile – aggiunge – . Una cosa che ci rende molto orgogliosi è che dedichiamo primaria preparazione a formatori locali, che quindi crescono al pari dei loro studenti, nel loro territorio. Anche questo è un primo progetto di empowerment, in questo modo infatti poi si procede in autonomia, seguendo il principio della sostenibilità. A cui si aggiunge quello della rilevanza, nel raggiungimento degli obiettivi fissati».
Massimo 150 sono i beneficiari, tra cui almeno il 50% è femminile, tra formatori e bambini. «I partner sono già dei territori, già conosciuti dalle comunità, proprio perché così c’è più fiducia inizialmente».
In Italia
«C’è un bel network, soprattutto nel calcio femminile – spiega – collaboriamo molto per le sponsorizzazioni, soprattutto private, perché crediamo nella commistione tra queste e i finanziamenti pubblici. Oltre ad essere strumento di sensibilizzazione».
Tutte le informazioni al sito e sui social dedicati.


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