Project Hail Mary: (anche) nello spazio esistono le emozioni
di Samuele Colombini | 2 Aprile 2026Ci sono film che funzionano, e poi ci sono quelli che riescono a lasciarti addosso qualcosa di più difficile da spiegare. Project Hail Mary rientra senza troppi dubbi nella seconda categoria: un racconto di fantascienza che non si limita a intrattenere, ma costruisce lentamente un legame emotivo sincero con lo spettatore.
Al centro di tutto c’è la performance di Ryan Gosling nei panni di Ryland Grace, ed è probabilmente una delle sue interpretazioni più riuscite degli ultimi anni. Il suo Grace è inizialmente goffo, esitante, quasi fuori posto nel ruolo che gli viene imposto. Gosling riesce a rendere credibile ogni sfumatura di questa insicurezza, senza mai scivolare nella caricatura. Il vero punto di forza, però, è l’evoluzione del personaggio: passo dopo passo, scena dopo scena, assistiamo alla trasformazione di un uomo comune in qualcosa di molto più grande. Non un eroe perfetto, ma qualcuno che sceglie di esserlo quando conta davvero.
Accanto a lui, Sandra Hüller nei panni di Eva Stratt offre una presenza magnetica, fredda e determinata quanto basta per risultare credibile senza diventare monolitica. La sua interpretazione gioca tutta sulle sottrazioni, sugli sguardi e sui silenzi, costruendo un personaggio che incarna perfettamente il peso delle decisioni impossibili.
La regia si distingue per un approccio sorprendentemente equilibrato: curata, attenta al dettaglio, ma mai compiaciuta. C’è una ricerca evidente nella costruzione delle inquadrature e del ritmo, ma non diventa mai ostentazione. Dal punto di vista visivo, il lavoro sugli effetti speciali è uno degli elementi più riusciti. La combinazione tra effetti pratici e digitali è gestita con grande intelligenza, e si percepisce chiaramente quando la fisicità reale prende il sopravvento: alcune delle sequenze più spettacolari funzionano proprio perché tangibili, concrete, quasi “toccabili”.
La storia, tratta dal romanzo di Andy Weir (già autore di The Martian), affronta inevitabilmente delle riduzioni, ma riesce comunque a mantenere intatto il cuore del racconto. Le due ore e mezza scorrono con naturalezza e anche se si percepisce che ci sarebbe spazio per una versione più ampia, il film riesce a raccontarsi in modo completo e soddisfacente.
Una menzione speciale va alla colonna sonora, che riesce in un’impresa non banale: trasformare un brano moderno in qualcosa di immediatamente iconico, evocando quelle stesse vibrazioni senza tempo che si associano a Space Oddity.
Il vero cuore pulsante del film, però, è il rapporto tra Grace e Rocky. È lì che la storia trova la sua dimensione più autentica, ed è attraverso questa amicizia inaspettata che il protagonista compie la sua trasformazione più importante. Il messaggio è semplice, ma potente: il coraggio non è una qualità innata, è una scelta che nasce quando trovi qualcuno per cui vale la pena rischiare.


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