San Rocchetto_Quinzano

A San Rocchetto il restauro riporta alla luce i Santi del portico

di Erika Prandi | 13 Marzo 2026

Il cane accovacciato ai piedi di San Rocco e la pecora bianca accanto a San Giovanni Battista sono riemersi per ultimi. Per anni erano rimasti inghiottiti da una patina scura, quasi cancellati dall’umidità e dalle sovrapposizioni di scritte. Oggi, dopo il restauro del porticato d’ingresso dell’eremo di San Rocchetto, sul Monte Cavro sopra Quinzano, le due figure tornano leggibili, restituendo unità alla facciata cinquecentesca.

L’intervento si è concentrato sugli affreschi esterni, mai oggetto di un recupero organico. Lo stato di conservazione era compromesso: distacchi diffusi, esfoliazioni, ampie lacune nella fascia inferiore, dove l’umidità di risalita aveva solubilizzato i sali presenti nelle murature provocando rigonfiamenti e cadute di intonaco. In diversi punti affiorava la trama dei sassi. A peggiorare la situazione, vecchie stuccature a base cementizia, incompatibili con i materiali originari.

Il cantiere ha seguito una sequenza rigorosa. Prima la pulitura a secco con pennelli morbidi e aspirazione controllata, per rimuovere i depositi incoerenti e leggere da vicino le criticità. Nelle zone instabili sono state applicate velinature protettive con carta giapponese e adesivi a base di cellulosa o resine acriliche, quindi il consolidamento dell’intonaco tramite iniezioni di malte a base di calce idraulica e inerti selezionati. Dove necessario si è intervenuti con nanocalci per restituire coesione alla pellicola pittorica pulverulenta.

Le stuccature improprie sono state rimosse e sostituite con malte compatibili; le lacune reintegrate con intonaci calibrati nella granulometria per avvicinarsi alla superficie originale. La pulitura umida, preceduta da test di solubilità, ha permesso di recuperare dettagli scomparsi: i basamenti, gli elementi vegetali, la finta architettura dipinta.

Le numerose scritte a matita sono state conservate, come testimonianza storica, mentre le incisioni più invasive sono state attenuate. L’intervento, diretto dall’architetto Gabriele Signorini e realizzato dall’impresa Cristani Pierpaolo, si è svolto in accordo con la Soprintendenza e con l’Ufficio Beni Culturali della Diocesi di Verona. Un lavoro soprattutto strutturale, prima ancora che estetico, che restituisce stabilità e leggibilità a una facciata esposta per cinque secoli agli agenti atmosferici e al passaggio degli uomini.