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Pastorello e Mazzi: «La Juve sembrava perbene, ma era la più scorretta»

di Redazione | 12 Marzo 2026

Giambattista Pastorello e Stefano Mazzi hanno guidato l’Hellas Verona in stagioni diverse, con storie diverse e caratteri diversi. Pastorello, imprenditore vicentino classe 1944, arrivò a Verona nel 1997 portando con sé un curriculum da dirigente costruito tra Rovereto, Padova, Vicenza e Parma. Mazzi, veronese, fu il presidente che guidò il neonato Verona Football Club all’inizio degli anni Novanta, subito dopo il fallimento del vecchio Hellas, vivendo in prima linea una fase di grandi sacrifici economici e turbolenze sportive. Ospiti di Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon a Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, i due hanno ripercorso storie, trattative e retroscena che hanno segnato il calcio veneto tra gli anni Ottanta e Novanta.

Pastorello, lei partecipò ai tempi del Vicenza alla storica trattativa per Paolo Rossi. Cosa successe quella notte?

Giambattista Pastorello: Me la ricordo benissimo. Eravamo alla metà degli anni Settanta, quando Rossi era appena uscito dall’esperienza al Como e lo conoscevano in pochi. Andammo a Milano da Giampiero Boniperti, allora presidente della Juventus, nel suo ufficio in Galleria San Federico, per impostare l’accordo sulla comproprietà: volevamo portarci a casa la seconda metà del cartellino di Paolo Rossi. Boniperti però non voleva saperne di cederlo del tutto: diceva che Rossi sarebbe rimasto un giocatore della Juventus, e che avrebbe potuto giocare ancora un anno a Vicenza prima di tornare alla casa madre. Cenammo lì – ricordo ancora quei camerieri con i guanti bianchi. Fu una notte lunghissima: arrivammo a Palù, a casa del presidente Giuseppe Farina, alle quattro e mezza del mattino, sulla sua Opel familiare bianca. Una notte che non ho mai dimenticato. 

Quella vicenda diventò famosa per il caso delle “buste”. Cosa successe?

G.P.: Qualche anno dopo, quando la comproprietà andò risolta, esplose la storia delle “buste”. All’epoca, quando due club possedevano ciascuno metà del cartellino di un giocatore, la proprietà si decideva con il sistema delle “buste”: ogni società presentava un’offerta in busta chiusa e chi offriva di più prendeva il giocatore. Farina continuava a dire che la prima metà del cartellino non l’aveva pagata. E in effetti era così: il Vicenza aveva esercitato il riscatto, ma formalmente quella prima metà non risultava ancora saldata. Ne nacque un caso enorme, perché per tenere Rossi il Vicenza mise in busta una cifra mai vista per una società di provincia. Fu l’unica volta in cui Franco Carraro, allora presidente della Lega Calcio, arrivò a dimettersi: una piccola società come il Vicenza era riuscita a prendere definitivamente un giocatore considerato destinato alla Juventus, e a quella cifra.

E come finì quella vicenda?

G.P.: Dopo le buste Boniperti venne a trovarci all’hotel Astoria. Mangiammo insieme e lui, con il suo stile, disse semplicemente: “Un milione più, un milione meno… siamo pari.” Finì così. Ma quella rimase una delle trattative più incredibili di quegli anni.

Mazzi, anche lei ha avuto un “caso buste”. Cosa successe?

S.M.: Sì, con Michele Serena quando ero presidente del Venezia-Mestre. Arrivai e trovai Serena in comproprietà con la Juventus: potevamo riscattarlo con poco più di cento milioni entro aprile. Pensavo fosse già stato fatto, anche perché quell’anno era il nostro miglior giocatore.

E invece cosa scoprì?

S.M.: Una sera mi chiama Boniperti: “Stiamo prendendo Vialli, ma Mantovani vuole Serena come contropartita”. Io gli dico: “Serena è nostro”. E lì scopro che non era vero: i nostri dirigenti si erano accordati con la Juventus e il riscatto non era stato esercitato. Il diritto era scaduto e io mi trovai davanti al fatto compiuto.

Come reagì?

S.M.: Dissi alla Juventus che li avrei denunciati alla Lega. Loro mi chiedono: “Quanto vale Serena?”. Risposi: “Cinque miliardi”. Mi mandarono una lista di contropartite, tra cui Ravanelli. Io chiesi lui, ma mi dissero che non avrebbe accettato Venezia e proposero Piovanelli. Non ci convinceva, ma per non perdere Serena senza nulla accettammo. Mettemmo tutto per iscritto su carta intestata Juventus, firmata da Boniperti. Ma per la Lega non valeva nulla: servivano i moduli ufficiali, che in quel periodo non c’erano. Così la Juventus ci tenne sospesi fino al giorno delle buste.

E cosa accadde allora?

S.M.: In pratica, al tavolo delle buste c’eravamo solo noi: la Juventus non presentò alcuna offerta. Allora presi il modulo, scrissi uno zero enorme come offerta e dentro infilai la fotocopia della lettera firmata dalla Juventus. Il giorno dopo mi chiamò Nizzola, presidente della Lega Calcio, furibondo: “Siete pazzi, vi squalifico tutti”. Gli risposi: “Allora mando tutto alla Gazzetta dello Sport”. Era l’unico modo per difenderci: usare quella carta, che per la Lega non valeva nulla, come arma mediatica contro un’ingiustizia. Perché sulle carte era tutto regolare, ma per me fu un’ingiustizia enorme: avevamo il miglior giocatore, un riscatto favorevole, e ce lo siamo visti portare via da accordi fatti alle nostre spalle.

Com’era trattare con la Juventus di quel tempo?

S.M.: Io non ho mai odiato nessuna società e con la Juventus, in fondo, i rapporti erano anche buoni. Però, se devo dirlo, quella che aveva meno stile era proprio la Juve. Avevano l’immagine della società seria e perbene, ma poi le scorrettezze più grandi le facevano loro. Avevano uomini dentro le altre società e tu spesso non lo sapevi. Noi avevamo Landri, pace all’anima sua, era anche un grande amico, ma davanti alla Juve finiva per fare i loro interessi, non i nostri.

G.P.: La Juventus aveva una forza alle spalle che nessuno riusciva a quantificare. E ti faceva pagare tutto, anche il doppio. Solo che lo faceva con una sensibilità tale che quasi non te ne accorgevi.