Giovani e nuovi modi di dire: una breve guida
di Sara Avesani | 11 Marzo 2026Noi una volta avevamo il “cioè“. Io ho ricordi chiarissimi di pomeriggi infiniti passati con le mie amiche a dire “cioè” ogni tre parole. Era tutto un continuo: “cioè capito?“, “cioè no“, “cioè sì“. Talmente tanto che mia mamma ci guardava male, scuoteva la testa… e poi rideva.
Oggi i ragazzi hanno “six seven“. E bisogna dirlo subito: “six seven” vuol dire “così così”. Né bene né male. Uno stato d’animo sospeso, raccontato con due numeri, perché fare frasi complete ormai è opzionale. Quando rientrano a casa e io, con l’ingenuità tipica delle madri, chiedo: “Com’è andata a scuola?”. Risposta secca: “Six seven”. Traduzione: niente di memorabile, ma nemmeno da segnalare ai servizi sociali. Noi parlavamo per ore, loro (non tutti ovviamente) chiudono una converazione in mezzo secondo. Io resto lì con altre dieci domande pronte ma niente: sei-sette, stop. Sipario.
Poi c’è “bro”. Tutti bro. Sempre bro. Amici, compagni, gente incontrata cinque minuti prima. Io provo ad inserirmi nel linguaggio moderno: “Bro, sparecchi?“. Silenzio assoluto. Evidentemente il bro non funziona con chi ti ha partorito e continua a chiedere di mettere a posto la stanza (sigh!). E quando provo a lamentarmi arriva la frase finale, quella che chiude ogni discussione: “Mamma, stai nel chill”. Nel chill. Io che vivo tra lavatrici, scadenze e liste mentali infinite. Chill per loro è una filosofia di vita, per me è riuscire a sedermi cinque minuti senza dover risolvere un problema.
Alla fine, però, le guardo e sorrido. Questo slang è il loro modo di sentirsi uniti, di riconoscersi. Io non capisco sempre, sbaglio i termini, non raggiungo il “top”. Ma va bene così. Non sarò mai seven, però come mamma… diciamo che “six ci sta”.


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