Rental Family, viaggio delicato nel Giappone delle “emozioni in affitto”
di Giorgia Preti | 5 Marzo 2026Delicato, struggente e genuino. Sono i primi tre aggettivi che vengono in mente per descrivere “Rental Family”, il nuovo film della regista nipponica Hikari, che ci fa fare un tuffo nel Giappone più vero, quello che non conosciamo e che culturalmente fatichiamo a comprendere.
La storia trova il suo principio nella vita di Phillip Vandarploeug (interpretato da Brendan Fraser), un attore americano di mezza età che ha deciso di tentare la fortuna nella televisione giapponese, dove era diventato famoso grazie allo spot di un dentifricio. Da allora, però, la carriera di Phillip non è decollata e, dopo sette anni, si trova relegato a ruoli marginali e ridicoli. La svolta arriva quando la sua agente lo manda a un finto funerale, dove deve interpretare il ruolo di «un americano triste». Lì conosce Shinji (interpretato da Takehiro Hira), proprietario di “Rental Family”, un’agenzia che assume attori per impersonare familiari o amici su richiesta, che gli offre un lavoro perché, spiega, «ci serve un bianco in catalogo». Phillip accetta, anche se titubante, e inizia la sua vita dai mille ruoli, che lo porteranno a fare i conti con la cultura nipponica – così distante da quella occidentale, eppure altrettanto affascinante – e con sentimenti a lui sconosciuti.
Il film ha un ritmo lento ma coinvolgente sin dai primissimi minuti, complici le magnifiche vedute di Tokyo che sembrano “cozzare” con la presenza di un americano grande e grosso come Phillip: un “gaijin” (come vengono identificati gli stranieri in Giappone) che fatica a inserirsi e a capire il Paese del Sol Levante, dove le persone sono disposte a inscenare un finto matrimonio o ad “affittare” qualcuno che passi del tempo con loro, piuttosto che andare in terapia o deludere i propri famigliari. Da questo primo “bagno di realtà” nipponico, Phillip esce confuso, così come lo spettatore medio che non si è mai interrogato a fondo sulla cultura giapponese. La potenza del film parte proprio da questa presa di coscienza necessaria, che non scade mai nello scherno, anzi: ci accompagna in un viaggio dolce e delicato, a tratti devastante, che ci lascia uscire dalla sala tra una lacrima e un sorriso.
Quasi superfluo parlare dell’interpretazione di Brendan Fraser – attore magistrale che ha dimostrato negli anni di essere capace di spaziare nei ruoli più disparati – che prende per mano lo spettatore e lo fa immedesimare nel suo personaggio, ma non solo: è in grado si spiegare, tra drammi, siparietti divertenti e situazioni bizzarre che, per quanto distante da noi, vale sempre la pena conoscere “l’altro”, provare a comprenderlo e rispettarlo.
Un grande plauso a Hikari (pseudonimo di Mitsuyo Miyazaki), che ha saputo portare sul grande schermo un film completo, in grado di far sorridere (e non ridere) e riflettere su tematiche delicate come la solitudine, l’affetto non corrisposto, la vecchiaia e l’accettazione dei propri limiti.


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