Piccoli campioni olimpici crescono
di Sara Avesani | 19 Febbraio 2026Manca una manciata di giorni alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi e qui a Verona già se ne sente il profumo (insieme a quello di calzini umidi e scarponi lasciati in macchina). E come non pensare ai nostri piccoli campioni olimpionici, che si allenano con dedizione quotidiana passando con disinvoltura dal calcio al nuoto, dalla ginnastica allo skate e, d’inverno, ovviamente, allo sport per eccellenza: lo sci. Che sia discesa, fondo, o “scivolo come posso”, poco importa. Anche se le nevi ormai si sciolgono più velocemente di un ghiacciolo al sole, lo sci resta uno status symbol: un po’ per tradizione, un po’ perché “fa montagna“, un po’ perché è bellissimo e stare all’aria aperta ci fa sentire genitori migliori.
La giornata sugli sci, però, è un’esperienza mistica. Se vanno col pulmino, c’è sempre quello che vomita alla terza curva (a volte alla prima), costringendo maestri e maestre di sci a sviluppare competenze che vanno ben oltre lo spazzaneve: diplomazia, pronto soccorso, gestione delle crisi esistenziali da mal d’auto. Se li porti tu, invece, la giornata parte già in salita: troppo latte a colazione, “mamma mi sento strana”, e via con mille tornanti che ci trasformano in piloti di rally provetti. Arrivati su, freddo polare. Inizia il rito degli scarponi, rigidi come il marmo, freddi come il tuo cuore dopo il primo “non riescooo”. Li imbottisci così tanto che diventano irriconoscibili, immobili, pronti per la pista. O almeno così credi. Perché appena tutto è perfetto, casco allacciato, guanti infilati, skipass pronto, senti: “Mamma, pipì”. Bagni già allagati alle 10 del mattino, caos, gocce di sudore a volontà e tute appoggiate dove non dovrebbero mai esserlo.
E poi via: istruttori dotati di una pazienza sovrumana, lo skilift che ogni tanto si mangia un bambino, la seggiovia dove tua figlia sale con qualcun altro e tu speri intensamente che accanto ci sia un adulto gentile, affidabile e possibilmente referenziato. Ogni tanto ne perdi uno di vista, ogni tanto sbaglia stradina, ogni tanto ti chiedi se torneranno tutti interi. Ma poi li vedi scendere, magari storti, magari velocissimi, magari cantando o urlando di gioia, e capisci che sì, è tutto parte dell’esperienza. Perché imparare a mettersi gli scarponi, stare al freddo, aspettare, cadere, rialzarsi è educativo. E poi c’è quella sensazione unica, il vento, il sole sulla neve, le montagne intorno: è uno dei regali più belli che possiamo fargli.


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