Riccardo Giumelli: «Oggi a scuola il problema centrale è il benessere dei ragazzi»
di Redazione | 12 Dicembre 2025Da quest’anno scolastico sono state avviate numerose iniziative per migliorare il benessere a scuola. La Legge di Bilancio ha introdotto un fondo dedicato al supporto psicologico, mentre le istituzioni sono chiamate a sviluppare progetti per contrastare il disagio, favorire l’inclusione e creare ambienti di apprendimento più sani, anche attraverso pratiche come l’ascolto attivo e la limitazione dell’uso degli smartphone. Per comprendere come queste novità siano state accolte dagli studenti e come stiano evolvendo le iniziative sul campo, Verona Salute ha ospitato Riccardo Giumelli, docente del Liceo delle scienze umane e musicali “C. Montanari” di Verona e docente universitario, che da anni osserva da vicino le trasformazioni della scuola e le nuove fragilità delle giovani generazioni. Nel corso dell’intervista, Giumelli ha offerto un’analisi lucida e concreta su molteplici temi: dalla crescita dei bisogni educativi alla sicurezza e all’inclusione, dal divieto dei cellulari alle sfide della scuola-lavoro, fino al disagio psicologico e al complesso rapporto tra scuola e famiglia.
L’anno scolastico 2025/26 si è aperto con un fatto gravissimo: il suicidio di un ragazzo di 14 anni, vittima di bullismo. Qual è stato il suo primo pensiero?
Profonda tristezza. Ogni volta che leggiamo notizie come questa la tristezza aumenta, perché nelle scuole lavoriamo molto su questi temi e tuttavia ci ritroviamo, a distanza di anni, a parlare ancora dei pericoli della rete e del bullismo. Ci chiediamo: a cosa serve il nostro lavoro? Dove stiamo andando? Poi però mi dico che forse le cose belle non fanno notizia: quei ragazzi che non hanno mandato una foto in giro, quelle ragazze che si sono fermate un attimo prima di inviare qualcosa di compromettente. Probabilmente lì abbiamo fatto la differenza, anche se non lo sapremo mai.
Anche il tema del sostegno scolastico è molto discusso. Com’è la situazione nel vostro istituto?
Gli insegnanti di sostegno aumentano, e questo significa che aumentano anche i ragazzi che hanno bisogno di aiuto. Al Montanari, per fortuna, quest’anno il reclutamento è stato quasi immediato, permettendo di garantire stabilità e continuità alle classi. La tendenza generale, però, è evidente: crescono i ragazzi che necessitano, a vario titolo, di sostegno, e noi docenti ci troviamo quotidianamente a redigere PDP (Piano Didattico Personalizzato, NdR) per studenti con bisogni educativi speciali. È una situazione molto preoccupante.
Il rapporto Ecosistema Scuola di Legambiente ha mostrato una fotografia molto preoccupante dell’edilizia scolastica. Qual è la situazione?
Parlare di strutture significa affrontare non solo il tema, fondamentale, della sicurezza, ma anche quello dello stare bene a scuola: se uno studente sta bene in un luogo, rende meglio. Una finestra rotta che non viene riparata crea un disagio che poi il ragazzo interiorizza. Per le scuole superiori la competenza è della Provincia e, per quanto ci riguarda, non ci sono grossi problemi. Le difficoltà emergono soprattutto nel primo grado, dove i Comuni devono gestire risorse diverse e più limitate. Inoltre, a livello provinciale la mancanza di personale può rallentare gli iter burocratici legati a modifiche, ampliamenti o variazioni nel numero delle classi e degli studenti. È una situazione che, in molti contesti, si protrae da anni senza trovare una soluzione strutturale.
Stanno salendo in maniera considerevole i numeri degli studenti stranieri nelle scuole. Come interpreta il fenomeno?
È un tema che sta emergendo sempre di più. La mia, lo dico subito, è solo una percezione, perché non ho numeri precisi: però noto una sorta di settorializzazione della presenza di studenti stranieri e italiani nei vari ordini di scuola. Nei licei si trova una maggioranza di italiani, negli istituti tecnici un mix, nei professionali una prevalenza di studenti stranieri. È come un adattamento che sta prendendo forma. Il nodo centrale riguarda l’inclusione linguistica: molti ragazzi non parlano bene l’italiano. Come li includiamo? Cosa insegniamo loro? Per i docenti è davvero complesso andare incontro a richieste così diverse. I problemi restano molti: lingua, pregiudizi, difficoltà didattiche, aspettative diverse. Sono questioni che richiedono attenzione costante.
Tra le novità dell’anno scolastico c’è il divieto dei cellulari in classe. Come sta funzionando?
È sicuramente la misura che più fa riflettere. Nella mia esperienza sta venendo gestita in modo abbastanza sereno, pur con qualche inevitabile momento di tensione. Le regole sono chiare: già alla prima o seconda volta scattano le note disciplinari e i telefoni vengono riconsegnati ai genitori, quindi la stretta è molto netta. I ragazzi spesso usano il telefono quando vanno in bagno, giusto per controllare le notifiche. Ma io credo che il tema non sia solo disciplinare. C’è un obiettivo più profondo: aiutarli a essere meno dipendenti dallo strumento. Imparare la resilienza, cioè resistere all’impulso di prendere il telefono, è una competenza fondamentale. Non sono un integralista del “no al cellulare”: mi occupo di comunicazione e credo molto nella via dell’adattamento. Ma, visto che la norma esiste, penso sia giusto trarre da questa situazione il massimo beneficio educativo.
Anche la formazione scuola-lavoro è stata rivista recentemente. Qual è la sua opinione sul rapporto tra scuola e mondo del lavoro?
È un tema difficile e complesso. L’idea originaria era proprio quella di collegare questi mondi, ma la questione decisiva è cosa i ragazzi vanno realmente a fare durante queste esperienze. In alcuni casi trovano attività interessanti e produttive, che aprono loro la mente; in altri casi, no. Dipende molto dal contesto: un liceo e un professionale hanno progettualità di vita diverse, ed è naturale che anche il tipo di esperienza vari. Resto convinto che, come nella scuola, la differenza la facciano le persone che incontri. Se uno studente trova un adulto capace di trasmettere passione, quell’esperienza può cambiargli la vita. Se invece trova qualcuno che lo mette a fare fotocopie e non lo considera si rischia di creare resistenza e disillusione. Per questo è fondamentale che tutti gli adulti coinvolti, docenti e aziende, prestino attenzione ai ragazzi e offrano loro motivazioni autentiche. La responsabilità non è solo della scuola: è condivisa.
In che direzione dovremmo operare per riformare al meglio il sistema scolastico?
Chi lavora con il benessere dell’altro, e nel nostro caso con il benessere dei giovani, ha una responsabilità enorme. Nella mia esperienza ho incontrato molti studenti che, anche grazie al mio ruolo accademico, hanno ritrovato il desiderio di continuare gli studi e ho visto purtroppo anche ragazzi a cui questo desiderio è stato tolto. Succede, fa parte della vita, ma pesa molto. La scuola oggi si trova nel guado di un cambiamento straordinario: prima il digitale e ora l’intelligenza artificiale. Di fronte a tutto questo possiamo inseguire il cambiamento, resistere, oppure adattarci. Io credo che dobbiamo adattarci, senza inseguire qualcosa che non rientra nelle nostre corde professionali, perché sarebbe inutile. Dobbiamo pensare sempre al ragazzo: come ricordava Kant, la persona è un fine, non un mezzo. E non possiamo ignorare ciò che sta cambiando: ruoli, linguaggi, stili di vita. Se noi andiamo in una direzione e i ragazzi in un’altra, non comunicheremo mai.
I dati dell’OMS indicano che un adolescente su sette è alle prese con solitudine, ansia e depressione. Qual è la realtà che lei vede ogni giorno a scuola?
I dati confermano ciò che noi docenti percepiamo ogni giorno. Chiedo agli studenti di descriversi psicologicamente, e emergono parole molto forti, talvolta commoventi: c’è chi a 16 o 17 anni dice di sentirsi terribilmente solo. Il disagio è in crescita e spesso confluisce in violenza, soprattutto quando la rete idealizza obiettivi irraggiungibili. Pensiamo al corpo perfetto imposto dai media: se un ragazzo o una ragazza capisce di non poterlo raggiungere, la frustrazione aumenta, e con essa comportamenti aggressivi. È per questo che dico: il disagio è la cosa che mi preoccupa di più oggi a scuola.
L’Italia è tra i Paesi europei con più giovani che non studiano e non lavorano. Che cosa sta succedendo?
Nel mondo accademico parliamo spesso degli studenti surfer: ragazzi che si presentano a un esame e poi spariscono per mesi, rimandano, iniziano a lavorare, poi tornano a studiare senza trovare mai un ritmo stabile. Restano sospesi, incapaci di prendere davvero in mano il proprio tempo. È una sorta di paralisi per analisi: come su Netflix, dove passiamo più tempo a scegliere cosa vedere che a guardare la serie. A livello esistenziale accade qualcosa di simile, e molti giovani finiscono per galleggiare così. Certo, accanto a loro ci sono studenti brillantissimi che a 23 o 24 anni hanno già risultati straordinari. Ma la fascia intermedia, quella che continua a rimandare, è oggi molto numerosa.
Anche le difficoltà nel trovare lavoro restano elevate. Perché?
Oggi i ragazzi si chiedono: a cosa serve la scuola? La logica del “rimandare la soddisfazione”, costruire competenze e poi entrare nel mondo del lavoro, è entrata in crisi. In rete si vedono persone che guadagnano molto senza studiare, e questo crea conflitto interno. Come docenti dobbiamo ogni giorno spiegare il senso della scuola e del percorso. È una sfida culturale enorme.
Qual è la situazione oggi del dialogo scuola famiglia?
È la parte più difficile. Entrare nelle famiglie significa entrare negli equilibri, nelle fragilità, nelle infelicità: e come dice Dostoevskij, ogni famiglia è infelice a modo suo. Noi vediamo solo una piccola parte della realtà dei ragazzi. A volte un calo nel rendimento nasconde un lutto o una sofferenza profonda, ma lo studente non lo dice, e noi non sappiamo cosa stia accadendo. Ci sono poi genitori molto presenti, ma spesso sono quelli dei ragazzi che non hanno grandi problemi. La grande massa resta distante, e proprio questa distanza rende difficile intervenire. È per questo che le scuole devono lavorare non solo con gli studenti, ma anche con le istituzioni e con i media: perché i ragazzi sono consapevoli fino a un certo punto.


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