Silvano Pedron

Silvano Pedron: «Chi soffre di Alzheimer va aiutato, non isolato»

di Claudio Capitini | 8 Aprile 2026

La malattia di Alzheimer, insieme alle altre forme di demenza, colpisce in Italia circa 1,2 milioni di persone. Un’epidemia silenziosa, spesso sottovalutata, che pesa non solo sui pazienti ma sull’intera rete familiare e sociale. Ne ha parlato a Verona Salute, su Radio Adige TV, il dottor Silvano Pedron, geriatra e figura di riferimento dell’Associazione Alzheimer Italia Verona, che oggi conta 17 centri tra la città e la provincia.

Che cos’è l’Alzheimer e quali sono le fasce d’età maggiormente colpite?

È una malattia cerebrale «relativamente giovanile» che colpisce prevalentemente persone dai 50 agli 80 anni. La prima diagnosi nella storia fu formulata su una paziente di 54 anni. Quando invece i sintomi compaiono oltre gli 85-90 anni, può trattarsi di altre forme di demenza, spesso difficili da distinguere tra loro.

Quali sono i primi sintomi?

La memoria è il segnale d’allarme principale, ma non va intesa come un blocco unico. Esistono diversi tipi di memoria – procedurale, semantica, episodica, eidetica – e non vengono colpiti tutti insieme né nello stesso momento. I primi segnali tipici sono la difficoltà a ricordare eventi recenti, il disorientamento nello spazio e qualche confusione nella vita quotidiana. Il non riconoscere i familiari, invece, appartiene già agli stadi medio-gravi della malattia.

Perché spesso la diagnosi arriva più tardi del previsto?

È uno dei nodi più critici. I primi sintomi vengono quasi sempre attribuiti allo stress, alla stanchezza, al ritmo frenetico della vita moderna. Le persone arrivano ai servizi mediamente dopo un anno, un anno e mezzo dai primi segnali. Spesso si dà la colpa allo stile di vita, e si rimanda la diagnosi.

Come si può prevenire l’Alzheimer?

Le cause della malattia non sono ancora del tutto note, il che rende la prevenzione difficile. Ciò che la medicina può indicare è uno stile di vita sano: controllo del peso, attività fisica regolare, alimentazione equilibrata, attenzione a pressione, diabete e colesterolo. E poi l’allenamento mentale, da affiancare a quello fisico.

Esistono cure efficaci?

Al momento non esistono trattamenti definitivi. Sono in corso sperimentazioni con farmaci biologici – alcuni derivati dalle ricerche sul Covid – che sembrano rallentare la progressione della malattia nelle fasi iniziali. I primi dati indicano una risposta positiva nel 60% dei casi, ma si tratta di terapie molto costose, che richiedono una diagnosi precoce e specifiche mappe genetiche per valutare chi può beneficiarne.

Cosa sono i nuovi biomarcatori dell’Alzheimer e come migliorano la diagnosi?

Fino a poco tempo fa, individuare la presenza delle proteine associate all’Alzheimer richiedeva un prelievo di liquido cerebrospinale, una procedura complessa e invasiva. Oggi si sta sperimentando il rilevamento attraverso un semplice esame del sangue. Un passo avanti importante, ma è importante agire con cautela: una predisposizione genetica non significa necessariamente sviluppare la malattia.

Perché l’Alzheimer è ancora così stigmatizzato?

A differenza di altre patologie, la demenza è imprevedibile e difficile da gestire per chi sta vicino al malato. Accade spesso che amici e parenti si allontanino progressivamente, lasciando il paziente sempre più solo. Un isolamento che aggrava la condizione: la stimolazione sociale e la relazione con gli altri sono infatti tra i fattori più importanti per mantenere attive le capacità cognitive residue.

Quali sono gli obiettivi dell’Associazione Alzheimer Italia Verona?

L’associazione gestisce 17 centri tra Verona e provincia, dove si svolgono attività di arteterapia, musicoterapia e stimolazione cognitiva, con l’obiettivo di mantenere vive le capacità residue dei pazienti. I centri operano in regime no profit, con il supporto della Regione, ma le risorse restano insufficienti rispetto alla crescente domanda. Il personale è formato per affrontare anche i momenti di aggressività, che non vanno interpretati come un gesto cattivo ma come una forma di comunicazione del disagio: «L’anziano non piange, ma ti avvisa: sto male, cerca di capirlo».