Moreno Argentin: «Dove non arrivavo con la forza, arrivavo con la testa»
di Redazione | 7 Aprile 2026Moreno Argentin, per tutti “Il Capo”, è stato uno dei più grandi interpreti delle classiche degli anni ’80 e ’90. Campione del mondo a Colorado Springs nel 1986, quattro volte vincitore della Liegi-Bastogne-Liegi, tre volte della Freccia Vallone, oltre al Giro di Lombardia e al Giro delle Fiandre: un palmarès costruito su intelligenza tattica, esplosività nelle salite brevi e una capacità rara di leggere la corsa. Ospite di Raffaele Tomelleri e Serena Mizzon a Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, Argentin ha ripercorso le tappe più significative della sua carriera e della vita che viene dopo.
Com’è nata la passione per la bici?
Ho sempre sognato, come tutti i bambini che guardano i campioni e si lasciano trascinare. Non che potessi imitarli – era quasi impossibile – però sono quelli che ti accompagnano, che ti mettono la voglia. Ho iniziato a pedalare a otto anni e non ho più smesso, finché non ero saturo. Non di vincere: di farlo. A un certo punto basta, è normale. Lo sport rispecchia la vita – ogni epoca cambia, ogni periodo finisce.
Dopo il ritiro hai ricoperto diversi ruoli. Com’è stato il passaggio?
Difficile, nel senso giusto del termine. L’entusiasmo ti fa buttare subito su qualcosa di nuovo, ma l’entusiasmo non basta. Se non hai la preparazione, devi avere pazienza – non la velocità dell’atleta, ma la pazienza di crescere, di studiare, di aspettarti. Ho fatto il team manager di un gruppo, mi sentivo un grande organizzatore. Dopo due anni ho capito che non avevo imparato niente. È stato un passo indietro necessario. Quando prendi qualche volta sui denti, vedi le cose con un’altra ottica. Da atleta bastava il tuo impegno, la tua dedizione – riuscivi a raddrizzare quasi tutto. Quando non dipende più solo da te, devi giocare di fioretto. Capire che gli altri hanno una testa, un modo di fare. Accettare qualche compromesso, tutti i giorni.
C’è una sconfitta che brucia ancora?
La Sanremo. L’ho fatta secondo, terzo e quarto – non sono mai riuscito a vincerla. È la corsa più facile altimetricamente e la più difficile tatticamente, e io mi consideravo un tattico: dove non arrivavo con la forza, dovevo arrivare con la testa. Eppure quella lì non l’ho presa. Ti brucia perché ci hai corso una carriera intera per vincerla almeno una volta. Le altre le ho vinte – ho vinto quattro Liegi, una anche con una buona dose di fortuna. Ma quella fortuna te la devi andare a cercare: non devi mai mollare, perché le corse terminano dopo la riga.


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