Gelindo Bordin: «A 24 anni ho lasciato tutto per vincere le olimpiadi»
di Redazione | 17 Gennaio 2026Il conto alla rovescia è partito. L’Italia e Verona tornano a vivere l’atmosfera dei cinque cerchi, proiettate verso le Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026. Tra i grandi campioni che hanno scritto pagine indelebili della storia dei cinque cerchi c’è Gelindo Bordin, primo italiano a conquistare l’oro olimpico nella maratona. Nato nel Vicentino ma cresciuto sportivamente anche a Verona, dove ha vestito la maglia del GAAC Verona, Bordin incarna alla perfezione l’immagine del “veneto lavoratore”, capace di trasformare disciplina, metodo e sacrificio in eccellenza sportiva. Prima di salire sul tetto del mondo alle Olimpiadi di Seul 1988, ha avuto il coraggio di lasciare un posto fisso da geometra, proprio a Verona, per inseguire senza compromessi il sogno olimpico. Ospite di Palla Lunga e Raccontare su Radio Adige TV, Bordin ripercorre i passaggi chiave della sua vita, dalla scelta di rischiare tutto per l’atletica all’esperienza olimpica, fino al valore umano e sportivo di un percorso che ancora oggi parla alle nuove generazioni di atleti.
Per molto tempo hai portato avanti l’atletica insieme a un lavoro vero e proprio. Quando hai capito che dovevi scegliere?
Facevo il geometra e, pur essendo molto giovane, avevo già fatto parecchia esperienza. Avevo cominciato a 19 anni, qui a Verona, in una bellissima impresa: mi erano stati affidati lavori importanti e dirigevo cantieri quando ero poco più che un ragazzo. A 24 anni avevo uno stipendio importante per l’epoca, una posizione e delle prospettive vere. A un certo punto mi sono reso conto che, per arrivare davvero al massimo, non potevo fare due cose insieme. Non è che fossi partito da zero: correvo e facevo la maratona, ma per essere il numero uno dovevi scegliere. Nel 1984 ero in vacanza negli Stati Uniti e facevo un tour di gare. Ho visto vincere Carlos Lopes la maratona olimpica a Los Angeles e mi sono detto: “Ma le prossime possono essere le mie?”. A quel punto sono rientrato, ho parlato con il mio datore di lavoro e mi sono licenziato.
Non hai avuto paura a lasciare un posto sicuro per inseguire il tuo sogno?
Devo dire che un ruolo molto importante nella mia decisione lo ha avuto il mio datore di lavoro. Quando mi sono licenziato lui mi ha detto chiaramente: “Se poi ti va male e torni, il lavoro qui c’è”. Questa cosa mi ha dato la serenità per fare quella scelta.
Quando hai fatto questa scelta, come hanno reagito le persone intorno a te?
C’è stata molta gente che mi diceva che ero matto. Però ho avuto persone amiche che mi hanno aiutato a capire una cosa semplice: il geometra, se va male, puoi sempre tornare a farlo. Il sogno di fare l’atletica da professionista, invece, o lo facevi allora o non lo facevi più. Quel tempo lì non torna.
Che ricordi hai della gara di Seul?
Me la ricordo molto bene. Fino all’ultimo non pensavo davvero di vincere. A quattro chilometri dalla fine i due atleti africani mi hanno staccato: sono andati via fortissimo e io non andavo. In quel momento ho pensato che, se continuavano così, avrebbero vinto e gli avrei fatto solo gli applausi. L’anno prima, ai Mondiali, erano sempre stati loro due davanti a me, quindi in quel momento un po’ arrabbiato lo ero. Loro hanno fatto due chilometri velocissimi, poi a un certo punto ho visto che non mi staccavano più. Mi sono rimesso e sono andato a riprenderli.
Cosa ti ha permesso davvero di vincere?
La cosa che ha fatto la differenza è stata la conoscenza del mio corpo. Anche senza pensarci troppo, sapevo fin dove potevo arrivare. Quando loro hanno fatto lo scatto, io non li ho seguiti e ho evitato di andare fuori giri, così mi sono rimaste più energie. Nella maratona, a un certo punto, c’è davvero un muro, soprattutto negli ultimi chilometri: la stanchezza arriva e non sai mai se riesci ad andare fino in fondo. È lì che si decide tutto. Di solito succede intorno al trentacinquesimo chilometro, quando il cervello capisce che manca ancora un po’ all’arrivo e senti che l’energia sta scarseggiando. È un momento di panico, di gestione, in cui arrivano sensazioni strane e anche un po’ di paura. In quel passaggio sono riuscito a gestire le mie energie e ad accorgermi che avevo ancora qualcosa dentro: è stato questo a permettermi di rientrare e andare a riprendere gli altri.
Come hai vissuto quelle Olimpiadi?
Ho ricordi molto belli, non solo della gara ma anche del Villaggio Olimpico. I maratoneti sono sempre fra gli ultimi a fare la gara, quindi in qualche modo il Villaggio te lo godi, anche se devi essere preparato a viverlo. Io per fortuna sono capitato in mezzo a una generazione di folli. La sera magari andavi a letto alle dieci o alle dieci e mezza, ma sotto c’era la festa e ti passava la voglia di dormire. Io, essendo un folle come loro, scendevo, facevo festa e poi andavo a dormire rilassato.
Dal punto di vista sportivo non avevi paura che tutto questo potesse incidere sulla gara?
All’inizio il mio allenatore era un po’ titubante rispetto a questo atteggiamento, ma alla fine si è rivelato positivo, perché si era creato un ambiente meraviglioso. Vivere il Villaggio non è scontato per chi deve affrontare l’ultima gara. Se si vivono male i festeggiamenti di chi ha già gareggiato o vinto, si può avere la sensazione di doversi ancora guadagnare il rispetto degli altri. Io, invece, l’ho vissuto come un momento di condivisione. Al di là della gioia sportiva più importante della mia vita, il Villaggio mi ha dato l’opportunità di conoscere persone provenienti da altri sport. Da maratoneta facevo poche gare in pista e avevo poche occasioni di confronto con altre specialità; lì, invece, ho conosciuto tantissimi ragazzi.


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