DON MATTEO MALOSTO direttore Caritas Verona

Don Matteo Malosto: «Fare figli è diventata la seconda causa di povertà»

di Claudio Capitini | 14 Gennaio 2026

La povertà, oggi, non è più un fenomeno confinato ai margini della società, ma una realtà che attraversa silenziosamente tutto il tessuto sociale veronese. A certificarlo è l’ultimo rapporto di Caritas Verona, che accende un faro su un quadro preoccupante: un record di povertà assoluta che colpisce duramente anche chi un’occupazione ce l’ha. Ospite della trasmissione Verona Salute su Radio Adige TV, don Matteo Malosto, direttore di Caritas Verona, del Centro di pastorale adolescenti e giovani e referente del Servizio diocesano per la tutela dei minori, ha analizzato questa mutazione del disagio sociale. Dalla crisi abitativa alla “povertà sanitaria”, fino alle nuove fragilità dei più giovani, Malosto traccia una fotografia nitida della nostra comunità, sottolineando l’urgenza di ritrovare il dialogo e la capacità di scorgere la bellezza anche nei momenti di profonda crisi.

I dati Istat e i vostri rapporti parlano povertà crescente e trasversale. Qual è la fotografia attuale del nostro territorio?

Stiamo assistendo allo scivolamento verso la soglia di povertà di alcune fasce della popolazione che negli anni passati era molto difficile vedere in questa condizione. In modo particolare mi riferisco agli anziani con pensione minima e alle famiglie dove almeno uno dei genitori lavora. In Italia mettere al mondo un figlio è la seconda causa di povertà dopo la perdita del lavoro. Non parliamo di situazioni contingenti, ma di problemi strutturali: quando chi solitamente “ce la faceva” scende sotto la soglia della povertà ci troviamo di fronte a un vero problema sociale.

Un lavoro sempre più povero e intermittente. Qual è la vostra lettura di questo fenomeno?

A Verona la sfida oggi non è trovare un impiego, ma trovarne uno stabile e pagato il giusto. Soprattutto tra gli stranieri si registrano situazioni di vero ricatto: pur di ottenere il contratto necessario al permesso di soggiorno, molti accettano paghe alla fame e straordinari non pagati. Il lavoro precario è l’altra faccia di un’occupazione che cresce nei numeri ma nasconde criticità che calpestano la dignità della persona. Il risultato è che oggi, anche per una famiglia piccola con uno o due figli, le spese sono diventate semplicemente insostenibili

Quali sono le iniziative della Caritas per contrastare la povertà alimentare?

Il modello che utilizziamo è quello degli Empori della Solidarietà, oggi 16 in tutta la diocesi. Funzionano come piccoli market dove si “paga” con punti caricati sulla tessera sanitaria, educando a una spesa oculata. Sono nati per tutelare la dignità delle persone: invece di ricevere una borsa di viveri pronta, chi ha bisogno sceglie cosa mettere nel carrello. Questo sistema ha abbattuto il muro della vergogna: le famiglie non temono più di mostrarsi in una condizione di indigenza. Resta però il paradosso dello spreco alimentare: è inaccettabile che, mentre fatichiamo per garantire un pasto, a pochi metri di distanza le grandi catene gettino via tonnellate di cibo ancora buono.

Quali sono le azioni messe in campo per l’emergenza abitativa?

L’emergenza abitativa è forse oggi la sfida sociale più critica: trovare casa a prezzi accessibili è diventato difficile persino per le giovani coppie in cui entrambi lavorano. Per chi vive attorno alla soglia della povertà la situazione diventa devastante. Il punto centrale è che alla casa si connette l’esercizio effettivo di tutti gli altri diritti: senza un luogo sicuro, è quasi impossibile esercitarli. Per questo, come frutto del Giubileo, abbiamo creato un fondo per il contrasto all’emergenza abitativa e puntiamo molto sul recupero di canoniche vuote per fare accoglienza. Collaboriamo inoltre con diverse realtà del territorio per chiedere al Comune e ad Agec di poter riattare appartamenti sfitti al di fuori delle graduatorie. 

Il diritto alle cure è ancora garantito a tutti o siamo di fronte a una “povertà sanitaria”?

Oggi il diritto alla salute è sempre più un diritto solo sulla carta. Viviamo una privatizzazione di fatto: per esami e diagnostica i tempi d’attesa sono infiniti, a meno di non pagare una prestazione privata. Molte persone non possono permetterselo e scelgono di rimandare: se un genitore deve decidere tra pagare un’ecografia per un “nodulino” sospetto o portare da mangiare ai figli, sceglierà sempre la spesa. Esistono poi ambiti totalmente scoperti dal pubblico, come l’odontoiatria e la cura del disagio psichico, dove la risposta è drammaticamente carente. I dati lo confermano: troppi cittadini rinunciano a curarsi perché non possono accedere al servizio in tempi congrui

Lei è anche direttore della pastorale giovanile. Come vede i ragazzi di oggi rispetto a queste fragilità sociali?

Questi giovani sono straordinari: sono forse un po’ più fragili rispetto al passato, o forse semplicemente più capaci di altre generazioni di raccontare la propria fragilità, superando impostazioni rigide che prima lo impedivano. Cercano di fare di questa condizione non una maledizione, ma un punto di partenza. Mi piace dire che una persona che sa dirsi fragile è capace di essere felice veramente, perché sa di aver bisogno degli altri e di relazioni autentiche. I giovani sono fragili, va capito, ma non sono malati: sono persone vere che per la prima volta sanno tematizzare questo aspetto, e in loro vedo molta speranza.

Guardando al futuro, c’è il rischio che la preoccupazione per questi problemi diventi rassegnazione?

La rassegnazione è un rischio reale, alimentato dalle fatiche quotidiane per arrivare a fine mese e da un panorama internazionale dove la “terza guerra mondiale a pezzi” di cui parlava Papa Francesco è ormai sotto gli occhi di tutti. Mi preoccupa molto anche la polarizzazione della società: la difficoltà di dialogo e una tensione dilagante che porta a vedere l’altro come un nemico invece di parlarsi. Questo clima di incertezza è alimentato anche da un sistema mediatico che ci bombarda costantemente di ciò che non va, perché la bellezza spesso non fa notizia. Eppure, se sapessimo raccontare la felicità e il bene, scopriremmo che hanno una forza dirompente. Nella vita e nella società può esserci molto buio, ma c’è sempre almeno una parte di luce: il nostro compito è fermarsi a guardarla e farla crescere